Laird Barron e Michael Kelly. Nuovi incubi

Nuovi incubi, a cura di Michael Kelly e Laird Barron, è una raccolta di racconti. L’antologia annuale del racconto di genere è una tradizione utilissima all’appassionato, che la può usare per conoscere nuovi autori e tendenze. Il weird è un genere tra la fantascienza, l’horror e qualcos’altro, difficile da definire e, forse per questo, meno conosciuto rispetto alle declinazioni più note del fantastico. L’idea di Michael Kelly di lanciare una selezione annuale esclusivamente dedicata al weird è quindi una bella novità.

Kelly sceglie un curatore diverso per ogni edizione della sua raccolta. Questa è la prima, con i racconti del 2013, pubblicata in Italia da Hypnos Edizioni nel 2015. È a cura di Laird Barron, un bravo autore di weird-horror contemporaneo. Il ricambio del curatore dà modo alla raccolta di presentare punti di vista diversi su un genere sfuggente come il weird. Le prefazioni di Kelly e Barron si avventurano proprio nel territorio impervio della definizione di weird. Dice Kelly: «La letteratura weird non è specificatamente horror o fantasy. E non è una novità. È sempre stata presente. Questo perché in realtà non si tratta di un genere, in senso stretto. Questo rende la sua definizione alquanto difficile, e forse imprudente. La letteratura weird è un tipo di letteratura che è presente all’interno di altri generi. I racconti weird furono scritti ben prima che gli editori iniziassero a codificare ed etichettare i generi letterari. Potete trovare infatti esempi di letteratura weird nei giornali letterari, nelle pubblicazioni horror, nei periodici di fantasy e fantascienza, e in vari altri giornali e antologie di genere e non, preannunciano l’avvento della narrativa speculativa del fantastico».

Per spiegare il significato di weird, Barron fa l’esempio del racconto I salici di Algernon Blackwood: «In poche pagine, Blackwood trasforma la campagna bucolica e banale in un ambiente ostile e alieno. […] Lentamente, inesorabilmente, e inevitabilmente, la facciata della normalità viene strappata per rivelare l’argento del nudo universo. Il protagonista e il suo compagno si interrogano sulla provenienza della maligna presenza, o presenze, nel fiume e nei salici. Ma essi non possono comprenderne la natura, poiché è ben oltre le loro possibilità. Tutto ciò che sanno è che per loro la realtà è completamente cambiata. Hanno intravisto qualcosa che è molto più grande di loro, e che è spaventoso. Spaventoso perché incomprensibile e anche perché l’uomo è un animale che è da poco uscito dalle caverne. Il cervello umano, con tutta la sua capacità di adattamento, non reagisce bene quando i suoi codificati punti di riferimento vengono messi in discussione».

La collezione di racconti scelta da Barron rispecchia quest’immagine di weird, permeata da una vena apocalittica che ritroviamo in quasi ogni storia. Le declinazioni di questo weird sono tante e variegate. Ci sono quelle nei canoni della ghost story, spesso però poco convenzionali: in Dovrei sussurrarti del chiaro di luna, del dolore, di pezzi di noi? di Damien Angelica Walters il fantasma che perseguita il protagonista forse è temuto, forse è desiderato; in La ragazza con il cappotto azzurro di Anna Taborska il contesto da cui nasce l’orrore è la persecuzione degli ebrei in Polonia durante la l’Olocausto; in Una caverna di mattoni rossi di Richard Gavin permane l’ambiguità sulle vere cause dell’orrore, aggiungendo il dubbio al terrore del protagonista.

In altri racconti, si esce dalla dimensione spettrale del weird, per entrare in una strana terra di nessuno, a volte popolata da mostri, come in Nei meandri del sogno di W.H. Pugmire, che parla di un mostruoso verso cui tendere, a costo dell’annichilimento, o come in Bor Urus di John Langan, in cui l’incontro col mostruoso è una sfida attesa dal protagonista per tutta la vita.

Poi ci sono dimensioni in cui il mostruoso e l’ordinario si fondono portandoci in mondi grotteschi, come nei bellissimi Fornace di Livia Llewellyn e in Il krakatoano di Maria Dahvana Headley, in cui il weird è lo schiudersi dell’universo che si rivela incomprensibile, maestoso, terribile. Ci sono incubi conturbanti, dove il weird si fa strada nei corpi delle donne collocandole in un punto cieco tra vita e morte, come in Fox into Lady di Anne-Sylvie Salzman e Come piuma, come osso di Kristi DeMeester.

Ci sono i racconti in cui il weird filtra in una realtà che si rivela soggetta a nuove leggi aliene all’umano. Tra questi, abbiamo il bel racconto, più canonicamente di fantascienza, di Chen Qiufan, L’Anno del Ratto, e due esempi strepitosi di come la pulsione weird possa manifestarsi nel genere fantascientifico: Success di Michael Blumlein, decisamente New Weird, e il più surreale Colpo di luna di Karin Tidbeck. Merita una menzione anche La chiave del tuo cuore è fatta d’ottone di John R. Fultz, stravaganza postumana e steampunk.

È una raccolta dove il livello rimane sempre alto, soprattutto quello della scrittura. Troviamo stili diversi, prose più liriche e altre più asciutte, ma le autrici e gli autori scelti da Barron hanno sempre una caratteristica in comune: scrivono tutti benissimo.

Tradotto bene da Elena Furlan.

La lista completa dei racconti:

Simon Strantzas – Il diciannovesimo gradino
Paul Tremblay – Swim vuole sapere se va così male come pensa SWIM
A.C. Wise – Il Dottor Blood e l’Ultra Favoloso Squadrone Glitterato
Chen Qiufan – L’Anno del Ratto
Sofia Samatar – Il fantasma di Olimpia
Livia Llewellyn – Fornace
Damien Angelica Walters – Dovrei sussurrarti del chiaro di luna, del dolore, di pezzi di noi?
John Langan – Bor Urus
W.H. Pugmire – Nei meandri del sogno
Maria Dahvana Headley – Il krakatoano
Anna Taborska – La ragazza con il cappotto azzurro
Joseph S. Pulver Sr. – (lui) Sogna di orrori lovecraftiani
Jeffrey Thomas – Nel Limbo
Richard Gavin – Una caverna di mattoni rossi
Anne-Sylvie Salzman – Fox into Lady
Kristi DeMeester – Come piuma, come osso
Jeffrey Ford – Un piccolo demone
Michael Blumlein – Success
Karin Tidbeck – Colpo di luna
John R. Fultz – La chiave del tuo cuore è fatta d’ottone
Jeff VanderMeer – Nessun altro al mondo all’infuori di te

Oltre a questi, è presente il racconto vincitore del premio Hypnos Il suo sguardo di Moreno Pavanello.

Immagine di Camille Rose Garcia.

Christopher Priest. Esperienze estreme

esperienze estreme priestEsperienze estreme di Christopher Priest, che disdetta. Avevo aspettative alte. Mondo alla rovescia dello stesso autore (1974) mi aveva entusiasmata. E questo suo romanzo, più recente (1998), parla di cose interessantissime: la percezione della realtà, il confine ambiguo tra reale e virtuale; l’empatia, l’elaborazione del lutto, i traumi collettivi e persino il ruolo della violenza nella società dei consumi e dell’intrattenimento. Quindi, cosa non va? Per essere breve, il problema è come è costruito.

È estenuante. C’è una continua ripetizione e sovrapposizione di situazioni e azioni; per un po’ si può credere che queste circonvoluzioni abbiano una funzione narrativa: c’è un rompicapo micidiale da risolvere? No, non c’è. Ardito sperimentalismo, allora? Un espediente per ragionare sui loop, sulla ripetizione nella nostra vita e nella realtà virtuale, nel videogioco?

La scrittura in sé non è ha particolari vocazioni letterarie. Manca l’esperienza della lettura per amore della prosa, che può guidare un lettore attraverso le parti più pesanti di libri come 2666 di Roberto Bolaño. Come dicevo, il romanzo si propone inizialmente come la classica narrazione rompicapo. Vengono forniti elementi misteriosi e conturbanti; viene dato a intendere che certe vicende a cui si accenna si possano essere svolte in un altro modo, che ci sia una verità nascosta. Sono aperti discorsi, buttati indizi ed elementi che per avere senso dovrebbero a un certo punto ricomporsi. Poi però tutta questa roba svanisce. Il problema è che questo non è Infinite Jest, cioè un romanzone postmoderno in cui la prosa è talmente forte da rappresentare essa stessa il senso dell’esperienza di lettura, al di là dello sfaldarsi dell’intreccio.  Non c’è nemmeno un incedere alla Philip Dick, in cui lo scollegarsi dei nodi drammaturgici ha spesso una funzione lisergica, che crea una nuova logica pescata dall’inconscio, intuibile ma inspiegabile. Il libro di Priest ha meno forza e complessità rispetto a questi esempi. Finisce per risultare noioso e solleva il dubbio che si tratti di un frankenstein letterario tra lavori diversi che l’autore ha incollato insieme senza amalgamarli.

Tant’è che le storyline dei vari personaggi si scollegano, e non sembrano neanche pensate per esistere insieme, come se Priest avesse scritto le parti della protagonista Theresa in un altro momento e poi avesse deciso di innestarle in una struttura più grande, che però non le riesce ad assimilare con coerenza. Pure il mindfuck si perde, annacquato dalla verbosità del racconto, dall’accumularsi delle pagine. Sembra la bozza di un romanzo, non la versione definitiva. Può darsi che la storia originale fosse una novella di un centinaio di pagine, dove Theresa vive l’esperienza delle realtà incrociate (in sostanza, la seconda metà del libro), a cui siano state aggiunte prima 130 pagine di altro – la storia della coppia inglese –, che viene completamente abbandonata a metà romanzo.

Se fosse stato scritto meglio, avrei detto che Christopher Nolan si fosse ispirato a questo romanzo per costruire la storia di Inception.

Emma Cline. Le ragazze

Iniziamo con un concetto che sembrerà così semplice da sconfinare nel ridicolo: Le ragazze di Emma Cline si intitola le ragazze perché parla delle ragazze. Perché è importante sottolinearlo? Perché questo romanzo parte da uno spunto non-fiction radicato nell’immaginario collettivo, ovvero la vicenda della setta di Charles Manson e degli omicidi di Cielo Drive. Ma queste vicende sono il contorno di un punto focale, che, come vedremo, è un altro.

La protagonista si chiama Evie, ha 14 anni e vive in California. La sua famiglia è normale, disfunzionale al punto giusto, e Evie affronta i turbamenti di ogni adolescente. In buona parte, il libro parla proprio di quel periodo difficoltoso tra infanzia e maturità, il momento in cui le due sponde si toccano, confondendo le idee alla persona che sta crescendo e al mondo attorno a lei. Evie è una teenager, ma non è una “giovane adulta”; è una bambina mescolata a una donna, è inesperta, ingenua, contraddittoria, vulnerabile.

Ma il punto del romanzo è ancora più preciso. Come anticipato, è molto semplice: Le ragazze parla delle ragazze. Non parla dei ragazzi. Non parla di cosa significa essere genericamente adolescenti. Parla di cosa vuol dire essere adolescenti e femmine.

Attenzione, però, non è un romanzo per adolescenti. Emma Cline ha scelto proprio quell’età con uno scopo. Il momento del passaggio è quello dei nervi scoperti, della pressione sociale che comincia a svelarsi alle ragazzine: cosa ci si aspetta da loro in quanto femmine. C’era anche prima, blanda, durante l’infanzia; ci sarà dopo, da adulte; ma è in quel momento che risulta brutale ed evidente, quando diventa evidente per la prima volta.

In primo piano, troviamo sempre la fragilità di Evie, che è vulnerabile proprio perché è una ragazza in un mondo che prepara le ragazze alla sofferenza; un mondo che insegna loro che avranno sempre bisogno di qualcuno, di un uomo, a convalidare la loro esistenza; un mondo che non fa nessuna riflessione sul consenso.

Leggendo la prima parte mi sembrava di vedere una stagione di Mad Men, perché l’ambientazione anni ’60 ha un ruolo importante e la sua caratterizzazione è simile a quella della serie televisiva. Eppure, tutto il discorso su quanto sia tragica l’educazione sociale delle ragazze, delle femmine, non mi è parso tanto lontano da me, dal mio vissuto di nata negli anni ’80. La riflessione di Cline è universale.

Cline sceglie gli anni ’60 come teatro di questi svelamenti, ma il suo intento primario non è parlare della società americana di quel periodo, né della Manson Family. Tant’è che, appunto, il libro si intitola Le ragazze, e non Gli omicidi, Gli hippy sanguinari o Il fake Charles Manson. Il racconto degli anni ’60 ogni tanto si interrompe lasciando spazio alla storia di Evie adulta, che si confronta con una teenager contemporanea, non molto diversa da quelle del passato, con gli stessi problemi e le stesse limitazioni.

È un romanzo che mi ha riportato con la mente a quando andavo alle scuole medie, all’essere una creatura ibrida e in formazione, tratti dell’infanzia, tratti di un’immagine futura stereotipata, assorbita da tv e giornali, il conformismo che fa breccia nell’adolescente. Essere alla mercé del mondo, e allo stesso tempo cercare di replicarne la ferocia.

Nel libro di Cline, l’estate del ’69 sintetizza la perdita dell’innocenza, traumatica e affascinante allo stesso tempo. Il movimento hippy va a morire, le giovani fricchettone si trasformano in baccanti sanguinarie, il musicista fallito in serial killer. Non c’è empowerment per le ragazzine alla corte di Russell/Manson; ma un empowerment doloroso si può scorgere nella vicenda di Evie. Pessimista, perché Evie oggi non sembra una persona felice. Cline glissa su questo punto, e si concentra sul rito di passaggio della protagonista da giovane.

C’è una certa acredine verso i personaggi dei genitori. Il padre è un’ombra, mentre è più dettagliata la colpa della madre. La sua funzione si risolve nel fornire a Evie una motivazione per gironzolare attorno alla setta; questo fa sembrare la madre responsabile, in ultima analisi, di ciò che capita a Evie. Mi sono fermata a pensarci perché mi pare uno stereotipo: la cattiva madre. Mi è dispiaciuto, perché la riflessione sui danni subiti dalla ragazze nella società patriarcale si ferma un po’ lì, alle ragazze, senza estendersi alle donne: la madre di Evie è così (disperata, acquiescente, indifferente) perché ha avuto una storia e una formazione in una società simile, se non ancora più repressiva; e non riesce ad aiutare Evie proprio per quello. Col personaggio della madre mi pare che Cline abbia scalfito solo la superficie.

È un libro dove non è tutto perfetto, qualcosa sfugge (la relazione tra Evie e la ragazza che la folgora, Suzanne, rimane sempre nebulosa, per esempio). Ho trovato ben riuscita la caratterizzazione della comune hippy attraverso i dettagli dello squallore, non solo scenografico, ma anche dei rapporti interpersonali, isterici e svuotati di senso, messi in atto da ragazzini gregari in cerca della rassicurazione di un leader. Non c’è nostalgia stucchevole per movimenti e ’68 americano, ma non è nemmeno una visione bigotta. Anche in questo caso, il centro della riflessione è la fragilità degli adolescenti, specialmente delle ragazze.

Nel complesso il romanzo è riuscito, nonostante qualche sbavatura. La prosa è lirica, pronta a cogliere piccoli dettagli del reale, su cui costruire le sue immagini. È stata definita puntinista da James Wood sul New Yorker. La caratterizzazione di Evie funziona alla grande, e il contrappunto col racconto del presente anche.

Giudizio finale: bello, interessante, ma anche un po’ noioso.

Approfondimenti: consiglio questo pezzo di Claudia Durastanti.

Ottessa Moshfegh. Eileen

Secondo romanzo di Ottessa Moshfegh (e primo pubblicato in Italia), Eileen racconta soprattutto il personaggio che dà il titolo al libro. Eileen: l’antipatica, il personaggio respingente. Moshfegh ambienta la sua storia in un nebuloso passato anni ’60, imbalsamato in tabù che in realtà riguardano soltanto Eileen stessa, più che la società. La cittadina americana in cui vive Eileen sembra bloccata in un inverno che potrebbe non finire mai. La voce narrante di Eileen indugia su pensieri imbarazzanti e intestini imbarazzati, sui movimenti corporei di un corpo negato e trattenuto. Una sporcizia cristallizzata sotto a una coltre di ghiaccio ricopre ogni cosa nel suo racconto.

Alla fine il romanzo parla soprattutto di impotenza. Usa toni che sfiorano la commedia nera, ma si fermano sempre un passo prima. C’è qualcosa di tragicamente divertente nella voce di Eileen, ma Ottessa Moshfegh non vuole farci ridere, né di lei né con lei. Quello che vuole è mostrare l’oscurità patetica di questo Io narrante.

Nasce anche troppo facilmente il paragone con Le ragazze di Emma Cline. Entrambe le autrici sono giovani, entrambe sono campionesse di scrittura creativa; entrambi i romanzi hanno una protagonista che ci racconta la storia da un punto lontano nel tempo, lasciando nell’ombra la propria identità adulta e usando uno sguardo maturo per filtrare il punto di vista ingenuo della versione più giovane di sé, raccontando un rito di passaggio. Ed entrambe le protagoniste sono morbosamente affascinate da un’altra ragazza, che è un loro doppio più riuscito, seducente, sicuro di sé.

Le analogie sono queste. Il resto è piuttosto diverso. La prosa è diversa. Lo spirito è diverso. L’età che viene rappresentata è simile, ma non è la stessa: in Le ragazze la protagonista è ancora adolescente, e il suo essere giovanissima è funzionale a un racconto di emancipazione ma anche di perdita dell’innocenza; in Eileen, dove la protagonista è già adulta, ma giovane e inesperta, c’è di sicuro l’emancipazione; ma non è tanto l’innocenza ad andare perduta, quanto piuttosto un’ingenuità ottusa, un valore negativo, narcisista e disperato della personalità di Eileen, che per tutta la storia si mostra come un personaggio incapace di guardare fuori da se stesso ed empatizzare con le altre persone.

Sono entrambi romanzi onesti nella descrizione della vita interiore delle sue protagoniste e dei loro drammi. Ma Eileen affronta un rischio maggiore, perché sceglie di indagare il lato più schifoso del carattere del suo personaggio.

Il romanzo ogni tanto viene associato a thriller psicologici famosi, come La ragazza del treno, e in generale bollato come noir (sul tema, trovate due interviste molto interessanti a Ottessa Moshfegh sul Guardian: la prima e la seconda).

Penso che accada più che altro per imperscrutabili ragioni di marketing, che già anticipano possibili adattamenti cinematografici. Questo romanzo, però, vive lontano lontano dalla letteratura di genere; o meglio, se dobbiamo affibbiargli un genere, è proprio quella literary fiction da master in scrittura creativa con contenuti, forma e ambizioni diversi da quelli del thriller canonico. Rimanendo nei generi, la voce di Eileen mi ha richiamato con più forza le lugubri protagoniste di Shirley Jackson col suo weird-horror. Ma il romanzo di Ottessa Moshfegh è un’altra cosa – nel bene come nel male, senza nulla togliere alla letteratura di genere.

Eileen è stato selezionato nella shortlist del Man Booker Prize 2016.

Domenico Starnone. Scherzetto

ScherzettoDomenico Starnone ha la capacità di ritrarre i bambini visti dagli adulti, cioè creature che possono essere noiose, esagerate e inconsapevolmente feroci. In Scherzetto, bambino e adulto sono agli antipodi non solo per la differenza di età, ma soprattutto perché l’adulto è un nonno che ha da poco iniziato a vivere la vecchiaia. Il passaggio per lui è drammatico. Percepisce la propria fine come imminente, annunciata da un decadimento fisico e mentale ancora contenuto, ma foriero di pessime prospettive. Con questa premessa, il confronto tra lui e il nipote di pochi anni risulta lugubre. Starnone dà questo taglio al suo racconto, collocandolo in una zona d’intersezione tra realismo, weird e thriller psicologico.

Come per Lacci, è inevitabile il paragone con Elena Ferrante. Gli ultimi romanzi di Starnone somigliano molto ai primi tre di Ferrante: sono storie brevi, disturbanti, che raccontano un quotidiano che si sfalda e lascia scappare fantasmi che ossessionano i protagonisti. Sono fantasmi del passato che infestano appartamenti e case al mare, e si somigliano un po’ tra loro, quelli di Lacci, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura, Scherzetto e L’amore molesto.

Sono i fantasmi evocati in Scherzetto dal racconto di Henry James The Jolly Corner (L’angolo prediletto, lo trovate nei Racconti di fantasmi), sul quale il protagonista sta lavorando. Il riferimento letterario, esplicitato all’inizio e che anticipa quanto verrà, mi ha fatto pensare a I giorni dell’abbandono, in cui l’inevitabile paragone con Una donna spezzata è risolto citando fin dall’inizio l’opera di Simone de Beauvoir. Anche in questo caso, l’opera che viene citata ha le stesse intenzioni narrative del libro che stiamo leggendo: nel racconto di James, come in quello di Starnone, c’è un uomo che torna dopo tanto tempo nella sua vecchia casa e lì incontra il fantasma di se stesso, di chi avrebbe potuto essere ma non è mai stato.

Andando ancora per paragoni, si può dire che in Scherzetto ritroviamo l’insofferenza delle madri narrate da Elena Ferrante, trasferita qui in quella del nonno nei confronti del nipote insopportabile. La difficoltà nel rapportarsi a una creatura egoista e bisognosa come un bambino piccolo esaspera la discesa nell’incubo già in corso per il protagonista a causa dell’invecchiamento. Mario, il nipote di 4 anni, ha quella pervicacia tipica dell’infanzia, esaltata all’ennesima potenza. Tutto il racconto si regge sulla tensione tra i due personaggi, sulla petulanza evidente del bimbo, sulla confusione percettiva del nonno.

I fantasmi che perseguitano il protagonista sono evocati sia dal ritorno a Napoli, sia dal confronto col nipote, lui stesso fantasma di un Io impossibile, alieno, in cui il protagonista non si può rispecchiare; lo perseguitano immagini della sua gioventù, i mille volti possibili e abbandonati del sé adolescente, più disperato, più violento, lontanissimo dalla persona che è diventato crescendo. Ma il centro del suo dramma rimane il bambino: è l’evidenza della propria non unicità; è l’incarnazione del ricambio generazionale, del nuovo che è avanzato, percepito dall’anziano come minaccia e come sostituzione del sé. I rapporti tra nonno e nipote sono regolati dal senso di impotenza del nonno, che raggiunge l’apice dopo la metà del romanzo con una vera e propria situazione da panico.

Non ho capito la necessità dell’appendice sotto forma di diario che riprende una serie di informazioni che erano già presenti nel libro, senza aggiungere nulla. Il racconto vive benissimo anche senza quelle pagine.

Illustrazioni di Peter Milton per The Jolly Corner.

Ursula K. Le Guin. I reietti dell’altro pianeta

i reietti dell'altro pianetaNei Reietti dell’altro pianeta (1974) di Ursula K. Le Guin troviamo una fantascienza che racconta il confronto tra l’organizzazione sociale di due pianeti di un sistema binario, Urras e Anarres: il primo, Urras, diviso in due blocchi come il nostro mondo durante la Guerra Fredda; il secondo, Anarres, colonizzato da esuli anarchici che hanno fondato un’utopica società priva di autorità, basata sulla cooperazione tra individui e l’assenza di proprietà.

Il libro di Ursula K. Le Guin verte tutto sulla descrizione del mondo di Anarres, e la sua comparazione con l’Urras capitalista (il blocco “sovietico” è lasciato nell’ombra, e non capiamo mai bene se sia davvero poi così diverso da Anarres). Che la vita su Anarres non sia tutta rose e fiori ce lo possiamo immaginare senza avvisi di spoiler, visto che il libro inizia con la precipitosa partenza dello scienziato Shevek, che lascia Anarres diretto al blocco capitalista di Urras.

La trama è talmente ampia da disperdersi: quello che conta è l’affresco sociale immaginato dalla fervida mente di Le Guin, che vuole farci provare cosa significherebbe crescere con un pensiero così diverso da quello capitalista. Vengono portate avanti due linee temporali a capitoli alternati; una, più sintetica, racconta il presente di Shevek su Urras: il focus è sulla differenza di mentalità tra le due culture, sulla sorpresa del protagonista davanti all’abbondanza, allo sperpero, alla discriminazione e più in generale alle contraddizioni dolorose della società capitalista. L’altra linea narrativa è un lungo flashback che racconta la vita di Shevek su Anarres a partire dall’infanzia, e descrive minuziosamente la vita su quel mondo. Dalla storia personale di Shevek emerge subito un forte conflitto personale, perché Shevek fatica ad comprendere la vita nel capitalismo, ma ha sempre avuto grandi difficoltà a adeguarsi al costume del proprio pianeta di origine a causa dei limiti posti alla libertà individuale.

Quella di Le Guin è “un’utopia ambigua” (nel sottotitolo) perché mostra tutti i potenziali lati negativi della società anarresiana, le sue contraddizioni, i rischi; ma, come lo stesso Shevek, arriva alla fine affermando la nobiltà del pensiero anarco-anarresiano, comunque sempre preferibile a quello capitalista.

Un po’ brusca la svolta che porta al finale: è come se il libro potesse continuare per migliaia di pagine parlando di come si vive su Anarres, ma a un certo punto Le Guin si rendesse conto che è ora di chiudere. Le parti su Urras non riescono a creare un affresco efficace come quello di Anarres, eppure dal punto di vista narrativo sono quelle più immediate, mentre le parti anarresiane diventano a tratti verbose. Il libro è però un’opera di pregio e interesse per come Le Guin riesce a immaginare l’intera vita di un uomo nella società utopica da lei creata.

A distanza di tempo, quello che rimane di questo romanzo nei miei ricordi non è la trama, ma le immagini della vita di Shevek nella società anarchica: gli oggetti che non sono mai posseduti, o la camera in cui abita per qualche tempo con la compagna, la casa stessa come un luogo transitorio; la carestia, la terra brulla, coltivabile solo con la forza di volontà; il perenne senso di non appartenenza del protagonista, fuso al suo amore per il mondo da cui proviene.

Il romanzo fa parte del ciclo dell’Ecumene, quello del celeberrimo La mano sinistra delle tenebre.

Caroline Kepnes. Tu

tu kepnesPremesse per capire meglio Tu di Caroline Kepnes: la quarta di copertina è fuorviante, nel senso che suggerisce una trama che non c’entra nulla e un libro dallo spirito diverso. La copertina, dal canto suo, fa pensare a qualcosa di commercialone, tipo “Cinquanta sfumature di marketing” e al romance novel da supermercato. All’inizio della lettura, avrei detto che quello fosse il travestimento di un romanzo davvero eversivo. Dalla metà in poi, sono emersi anche i difetti e i lati mediocri. Ma siamo comunque in un ambito diverso rispetto a quello della letteratura di consumo più becera, su questo non ci piove, e se proprio c’è un genere di riferimento, è più che altro il thriller psicologico.

Una delle idee più forti di Tu è evidente fin dall’inizio: insistere sull’assurdità dei cliché della commedia romantica, dove quando i personaggi mentono e si trasformano in stalker per conquistare l’amore della loro vita, le loro azioni vengono narrate come espressioni di amore e devozione. È quel tipo di cliché (nocivo) usato in certi Young Adult anni 2000 come Twilight, in cui alle adolescenti viene proposto un modello di romanticismo basato sul controllo, sulla persecuzione e sulla logica dell’abuso da parte del maschio maudit, bello e impossibile. Sembra dunque nascere da qui l’esigenza satirica di Kepnes, che scrive di Joe, un protagonista stalker e psicopatico, Io narrante che vede e racconta sé stesso come un grande romantico; ma tutto quello che dice indica al lettore quanto sia fuori di testa.

Un altro elemento fondamentale in Tu è il clima hipsterico di una New York intellettualoide e modaiola, vista attraverso gli occhi del nostro protagonista che sfiora quell’enclave di continuo, senza farne mai veramente parte, e ce la racconta condizionato da un misto di invidia, odio e frustrazione. L’intento satirico è chiaro anche qua, ed è divertente immaginare i personaggi del romanzo vagare sul set di Girls, nella Brooklyn alternativa e fighetta della gentrificazione.

La voce narrante di Joe è caustica, ha una vaghissima reminiscenza di Humbert Humbert, ma senza le sue complessità e sfumature, e senza le finezze della scrittura di Nabokov. La sua vera fonte di ispirazione però è la scrittura del grande Bret Easton Ellis, in particolare un misto tra Glamorama e American Psycho. Joe inizia da subito ad alternare raccontini esilaranti della vita newyorkese a paragrafi raggelanti, dove d’un tratto ci troviamo davanti a un personaggio minaccioso, pieno di violenza pronta a esplodere, che fa paura. Tu ha questa ispirazione felice, ma non ha le medesime pretese letterarie; da un certo punto in poi, inizia a saltellare sul confine tra mass market e literary fiction, e a un certo punto sembra decidersi per una semplificazione della vicenda.

Questa frustrazione tra l’essere un buon prodotto letterario o meno è quasi esplicitata nel motivo ricorrente dell’uscita del romanzo Doctor Sleep di Stephen King: il protagonista di Tu infatti è un libraio che giudica duramente i suoi clienti secondo i loro acquisti; quando ha a che fare con rivali hipster, testa il loro snobismo misto a ignoranza sulla base dei romanzi postmoderni che fingono di aver letto; e c’è un’occasione in cui il libro di King diventa uno strumento di tortura. Joe ha un rapporto complesso con Doctor Sleep: lo usa per identificare quelli che affettano pose intellettuali screditando la letteratura di genere – ma senza avere poi dei reali contenuti da contrapporvi –, e i non-lettori che comprano un libro all’anno quando esce un bestsellerone. Sotto la lente del libro di King, queste due categorie si scoprono essere una sola.

Il tono satirico rimane sostenuto in tutta la prima metà del romanzo, che però funziona anche come thriller, alternando risate e suspense. Poteva essere un libro geniale. Ma le cose si stemperano andando avanti. Kepnes non riesce a mantenere tutte le promesse che fa: per quanto mi riguarda, mi sarei aspettata svolte eversive nella trama; ma andando verso la conclusione, le cose vanno giocoforza dove devono andare, e tutto diventa scontato, svilendo le intenzioni ardite delle prime 200 pagine. E si perde anche il registro satirico. Tolto quello, rimane poco di originale. Ciononostante, è una lettura che consiglierei, perché è divertente, e comunque si tratta di un page turner scritto molto meglio di tanti generici thriller senza personalità. Ecco, la personalità; di quella, ne ha da vendere.

Stephen King. Stagioni diverse

stagioni diverseStagioni diverse di Stephen King è composto da quattro novelle, tre delle quali eccezionali. C’è Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank: dramma carcerario che parla di conservare la dignità umana anche all’inferno (da cui è stato tratto Le ali della libertà). C’è Un ragazzo sveglio, psychothriller tesissimo, che mette a confronto due protagonisti cattivi, in un rapporto sadico e masochista ma anche affettuoso (adattato nel film L’allievo). C’è Il corpo, ovvero Stand By Me, il coming of age dei ragazzini che esistono in una dimensione parallela a quella degli adulti, che li ignorano o li torturano. Poi c’è il quarto, quello sottotono, il gotico Il metodo di respirazione, che risente di un’introduzione esageratamente lunga e tediosa e del paragone con tre racconti superlativi; ma anche quest’ultimo ha un suo perché, con lo spettro del bigottismo a versare il sangue degli innocenti.

Sono tutte storie unite da impercettibili fili conduttori tematici: in particolare, quello della violenza e quello dell’amicizia. Tutti i personaggi incontrano la prevaricazione lungo la loro strada accidentata, a cominciare dal carcere di Shawshank. Un ragazzo sveglio fa lo stesso discorso, ma non divide i protagonisti in buoni e cattivi, mentre in Shawshank la separazione è chiara. In Un ragazzo sveglio, le forze del male sono già dentro ai personaggi principali, quelli che seguiamo dall’inizio alla fine, quelli con cui finiremo per identificarci: il nazista nascosto, ormai vecchio e alcolizzato; e il perverso tredicenne “sano”, americanissimo e ariano, che con questa vicenda intraprende una discesa nell’abisso; ma il male è qualcosa che il ragazzino sadico portava dentro di sé fin dall’inizio. La gerarchia tra i due è ambigua, sono carnefici e vittime reciproche, e sono mostri e predatori rispetto al resto del mondo. Questo è il racconto che ho apprezzato di più, proprio per la sfida che lancia al lettore, costringendolo a entrare nella mente di questi esseri fino a riconoscerli come disgustosamente umani – e quindi a riconoscere anche parti di sé nell’oscurità.

Il corpo è lo specchio non horror di It: un’estate prepuberale di futuri adolescenti, perseguitati dai bulli e vessati da genitori violenti o, nel migliore dei casi, assenti. L’orrore c’è, e non è sovrannaturale: si trova nella violenza subita dai bambini; ma, a un livello più sotterraneo, l’orrore è anche la presa di coscienza del protagonista: se vorrà salvare se stesso, dovrà abbandonare gli amici. Di questa novella, tutti si ricordano la frase “Non ho mai più avuto amici, in seguito, come quelli che avevo a 12 anni”; ma essa assume un significato tetro, se la contestualizziamo allo sviluppo del racconto: i veri amici sono quelli che ti trascineranno a fondo. Il protagonista deve affrontare una visione del futuro fatto di squallore white trash, evitabile solo con l’emancipazione dal gruppo. Un rito di passaggio peculiare, a cui lo spinge l’amico più caro: “«Voglio andarmene in qualche posto dove nessuno mi conosce e dove non ho nessuna macchia nera addosso prima di cominciare. Ma non so se ce la faccio». «Perché?». «La gente. La gente ti trascina giù». «Chi?» chiesi io, pensando che si riferisse agli insegnanti, o a mostri adulti come Miss Simons, che aveva desiderato una gonna nuova, o magari a suo fratello Eyeball che se ne andava in giro con Ace e Billy e Charlie e gli altri, o magari a suo padre e a sua madre. Ma lui disse: «I tuoi amici, loro ti trascinano giù, Gordie. Non lo sai?» Indicò Vern e Teddy, che si erano fermati e aspettavano che li raggiungessimo. Stavano ridendo di qualcosa; Vern, anzi, era piegato in due dalle risate. «I tuoi amici. Sono come quelli che ti annegano attaccandosi alle gambe. Non puoi salvarli. Puoi solo annegare con loro»”. Questo, il cuore pulsante di Il corpo : i tuoi amici come pietre al collo. Altro che nostalgia.

David James Poissant. Il paradiso degli animali

Il paradiso degli animali poissantÈ vero, nella raccolta di David James Poissant ci sono gli animali. Il vero filo conduttore, però, non sono loro: tutti i racconti di Il paradiso degli animali parlano della morte. Una morte precisa, la morte di una persona cara, di un familiare stretto: muoiono mariti e muoiono mogli, muoiono fratelli, padri, figli grandi e figli piccoli. Qualcuno non muore, ma vorrebbe morire, o sta morendo.

C’è qualche eccezione, qualche racconto che non parla di una morte, ma non sono diversi dagli altri, perché tutti parlano di disperazione, di un sentimento di impotenza, di frustrazione, di un dolore incommensurabile che soverchia l’essere umano (Il ragazzo che sparisce, Il rimborso). Qualcuno trova un modo per superarlo, qualcuno no. Ma tutti questi racconti sono commoventi. In particolare, L’uomo lucertola e il suo seguito Il paradiso degli animali; anche Nudisti, La geometria della disperazione, e il più caustico Io e James Dean.

Sono storie schematiche: ci sono un protagonista e un comprimario, c’è un confronto, c’è una situazione particolare a cui si arriva attraverso lo sviluppo di un antefatto e l’emergere delle backstory dei personaggi. La struttura dei racconti è simile, ce ne si accorge senza stufarsi perché Poissant si inventa dettagli credibili, che non interrompono la narrazione ma che anzi la fanno proseguire, componendo il mosaico della storia davanti ai nostri occhi. Sentiamo i personaggi, siamo vicini a loro.

Non è un libro sperimentale, non rivoluziona niente; ma è una bella raccolta di racconti.

Laura Pugno. Sirene

Laura Pugno sirenePrimo romanzo di Laura Pugno, Sirene non è solo un testo concentrato, breve, teso, ma anche una piccola bomba. In sospeso tra un’appetibilità literary fiction e i presupposti fantastici, Sirene potrebbe collocarsi in quella corrente New Weird chiamata in causa quando si parla della Trilogia dell’Area X di VanderMeer. Non è propriamente fantascienza, è una letteratura fatta di immagini evocative della natura, distorte da qualche interferenza – più o meno scientifica – che si porta via la tranquillità del lettore.

Sirene è disturbante, e non poco. Le creature del titolo sono prive di qualsiasi aura fiabesca, mentre prende vita l’aspetto terribile della loro mitologia. Pugno riesce a rendere la concretezza della chimera, attraverso odori marittimi anche nauseabondi, che pare quasi di respirare, ma soprattutto con l’identificazione della loro natura come prevalentemente animale, senza dubbio altra. Uno dei primi elementi di disturbo è proprio questa bestialità, fusa ad un aspetto quasi umano (come ogni chimera che si rispetti). Possenti code di pesce, che spezzano le schiene; voracità e placidità che si alternano senza ordine razionale; la mancanza della parola.

Non finisce qui. Anzi, il turbamento del lettore è appena cominciato. Nelle prime pagine, Pugno ci rivela non solo l’esistenza di queste creature, ma anche quale sia il loro destino quando incontrano l’uomo: riproduzione in cattività, allevamento, macellazione. In questo libro, le sirene ce le mangiamo. E se non fosse abbastanza, l’ambientazione in cui avviene tutto ciò è una distopia da catastrofe ecologica, con il sole che uccide, distruggendo la pelle degli esseri umani, e il mondo allo sbando governato da organizzazioni criminali.

Ha il clima di racconti apocalittici come Le effemeridi di Stéphanie Hochet o il film Melancholia di Lars Von Trier. C’è un’umanità sull’orlo del baratro, immersa in quel clima che precede la sventura finale, e che rende queste storie ancora più terrificanti proprio perché non sono ambientate nei deserti post-apocalittici, nel ritorno al (dis)ordine delle nuove frontiere, ma negli ultimi giorni di un mondo ancora simile a quello che conosciamo e abitiamo noi.

Eppure, il testo contiene un discorso ancora più disturbante, cioè quello sulla violenza che pervade ogni riga di questo romanzo intenso, bellissimo e nero come la pece. La violenza di Sirene è in primo luogo una violenza di genere. Le donne che abitano il suo mondo hanno per lo più una sorte orrenda; le sirene, creature femminili che alle donne somigliano, hanno più o meno la stessa orrida sorte. Sulle sirene la prevaricazione arriva agli estremi più scioccanti; ma è chiaro che si parla sempre della stessa cosa. Pugno non ha remore, e fa compiere un arco narrativo onesto e terribile al suo personaggio maschile protagonista, senza renderlo un eroe puro e senza macchia, ed evitando di assolverlo (anzi, vedrete cosa gli fa fare verso la fine).

Sirene è un libro raccapricciante e perfetto, costruito sulle impressioni di un mondo marittimo pieno di una luce remota e devastante, quella che spazzerà via tutto. È uno dei romanzi più belli che abbia letto negli ultimi anni. Uscì nel 2007 per Einaudi, ma oggi purtroppo è fuori catalogo. O lo trovate in biblioteca, oppure siete fregati. Su Amazon lo vendono a 100 euro. Speriamo in una ristampa, almeno digitale.

Immagine: Gabriel Pacheco.

Jenny Offill. Sembrava una felicità

Sembrava una felicità di jenny offillSembrava una felicità di Jenny Offill è scritto in brevi paragrafi che raccontano una storia per omissione: tutto quello che non c’è ce lo immaginiamo perfettamente. I brani narrativi si alternano ad aforismi, citazioni di poeti, proverbi – c’è persino un manuale ottocentesco sull’essere una brava moglie. Il racconto riguarda la vita di una donna per la durata del suo matrimonio: le aspirazioni, la giovinezza che scompare; e poi crescere una figlia, il tradimento, superare la crisi.

La forza di questa scrittura è proprio l’agire per sottrazione. Jenny Offill ha eliminato tutto il superfluo, e salta all’occhio quante parole possano esserlo. Non ha bisogno di introdurre o descrivere, perché ogni azione, ogni situazione possono essere lasciate intuire. E infatti è sempre tutto molto chiaro, adamantino, eppure Offill riesce a non nominare tantissime cose che lo stesso ci fa balzare davanti agli occhi, vivide. Mi ha fatto pensare a una versione asciugata di un libro già molto scarno come Prendila così di Joan Didion.

Il gioco delle citazioni mi sembra ironico, e non richiede la reale conoscenza dei testi originali per essere apprezzato. Sono frasi fulminee, brevissime come tutto il resto, che s’incastrano perfettamente negli scenari che Offill tratteggia raccontando un matrimonio in crisi. È un romanzo composto da frammenti poetici che presi nell’insieme formano un flusso armonioso. È una lettura leggera perché non complica mai niente, anche se quello che racconta è complesso, così come la sua struttura e il suo stile.

C’è tanta ironia, eppure le parole di Offill risultano permeate da una tristezza irreversibile, la stessa che colpisce la sua protagonista a causa dello sfaldarsi della vita familiare. La sua voce è così fin dal principio: ci sta raccontando la sua storia da un punto nel futuro, dove regna la tristezza; ma è come se questo personaggio soffrisse già per i ricordi di un futuro che doveva ancora accadere.

Offill trova dei motivi ricorrenti negli animali che infestano la casa: prima i topi, poi le cimici dei letti, passando per i pidocchi sulla testa della bambina. Viene fuori il vuoto-pieno opprimente del restare a casa con un bimbo piccolo, l’impossibilità di produrre per l’artista quando diventa genitore (il secondo romanzo della protagonista continua a rimanere non-scritto).

Come sempre bellissima la copertina NN.

Merritt Tierce. Carne viva

merritt tierce carne vivaCarne viva di Merritt Tierce è la storia di una cameriera, ma anche la storia di una madre e la storia di un’autodistruzione. Non c’è un vero fondo da toccare e nessuna redenzione. È il percorso di una donna molto giovane attraverso la propria sofferenza, narrato con voce candida e lucidissima.

È una storia di incontri sessuali dove il piacere è assente, con poche eccezioni. Il sesso raccontato non è mai eccitante perché da esso trapela sempre il motivo costante dello squallore e dell’autolesionismo. Si potrebbe definire un romanzo antierotico. Marie ricerca con dedizione lo squallore a cui si sottopone. Lo fa per annullarsi, anzi; per annullare il dolore con altro dolore. I personaggi maschili si muovono sullo sfondo, finendo sempre per diventare gli aguzzini di Marie, caratterizzati da una totale mancanza di empatia che a loro sembra la normalità.

Qui qualche link a interviste all’autrice, letture interessanti che danno l’idea di che personaggio intenso e onesto sia: dal blog di Edizioni SUR; da minima&moralia; e dal New York Times.

Lette queste cose capirete ancora meglio perché Merritt Tierce è una persona veramente simpatica, nel senso in cui di solito non si intende la simpatia. Va dritta al centro delle cose, è chiara, determinata nello svelare anche gli aspetti scomodi, quelli con cui la gente non ha nessuna voglia di empatizzare, quelli in cui nessuno si vuole riconoscere; sia quando dice cose sacrosante sull’aborto, sia quando parla della sua scrittura.

Micidale l’intervista di Vanni Santoni sul metodo, in cui Tierce esordisce dicendo: “Scrivo zero ore al giorno: ecco la verità”. Sta rispondendo a una domanda sul suo metodo di lavoro. Di solito scrittori e scrittrici descrivono timeline quotidiane da cui risulta sempre che sono grandi lavoratori, che si impegnano con sudore e costanza. Tierce invece dice: “Nel tentativo di darmi un metodo ho cercato di creare ogni tipo di spazio per la scrittura, è diventata quasi una vera e propria abitudine – e non ha dato alcun frutto”, continuando con: “La tragica verità è che quando va bene mi ritrovo a scrivere in aereo o in aeroporto, perché sono situazioni in cui non si può fare nient’altro, se sono in casa mi scopro anche a mettermi a riordinare pur di non scrivere, insomma diciamocelo: sono un modello pessimo per chiunque voglia fare questo mestiere”.

In un’altra intervista chiarisce come Carne viva sia un libro ambientato soprattutto in un ristorante, che parla della vita dei camerieri, e che il sesso, la droga etc. facciano parte della vicenda non solo per concretizzare il bisogno autolesionista del personaggio Marie, ma anche perché spesso fanno parte dello stile di vita legato a quella particolare professione.

Jonathan Carroll. Mele bianche

Mele bianche carrollLa storia di Mele bianche ruota attorno a una dimensione ultraterrena che, da quel che ho letto in giro, è una costante nei libri di Jonathan Carroll. Dappertutto se ne parla come di un scrittore slipstream, in zona urban fantasy e surrealista; è stimato da un punto di riferimento del fantasy come Neil Gaiman, che ne parlava nel suo blog.

Leggendo Mele bianche, mi ha lasciata perplessa la caratterizzazione che Carroll dà alla sua metafisica, perché è tutto un po’ cristiano: si parla di Purgatorio, ci sono degli angeli custodi, un antagonista che sembra un diavolo scappato da qualche inferno… Ci sono la vita, la morte, e c’è Dio, col suo disegno. Carroll distribuisce le sue metafore, ma l’effetto che hanno fatto a me è simile a quello stucchevole delle filosofie New Age, della rilettura per occidentali depressi – e, per l’appunto, fondamentalmente cristiani – delle filosofie orientali.

Il romanzo è piuttosto teso fino a un certo punto, perché Carroll cerca di non esaurire mai il thrilling: genera misteri, fornisce alcune risposte al lettore; arrivano colpi di scena; poi l’asticella si alza di nuovo, e viene fuori una cosa ancora più assurda della precedente, nuovi interrogativi e così via. È un meccanismo che non funziona completamente: quando ci si abitua al sovraccarico di cose incredibili, si riceve un’impressione di casualità; si fa fatica a crederci ancora, s’insinua insistente il dubbio che sia tutta una stronzata. Carroll ha in mente un mondo e una cosmogonia, ha un’idea precisa e complicata di come funzioni il suo universo. Ci informa poco alla volta, ma ogni nuovo elemento è di per sé così corposo da poter vivere autonomamente, da poter avere la sua storia, il suo romanzo. L’accumulazione di nuovi elementi altrettanto forti finisce per depotenziarli tutti. È una parata mirabolante, un circo. La tensione se ne va, e gli ultimi capitoli non finiscono mai.

Mele bianche è un urban fantasy che segue una logica onirica. Mi ha ricordato in effetti Neil Gaiman e anche qualcosa di Clive Barker. Gaiman sia per il lato più caciaro (tipo Buona apocalisse a tutti), ma a tratti anche per quello più dark (American Gods). Di Barker mi ha rammentato l’inizio di Imagica, privato però delle caratteristiche più inquietanti; all’inizio c’è qualcosa di disturbante, in Carroll, quando parla della morte; ma finisce per diventare innocuo, accattivante. Barker, invece, disturba e confonde sempre, fino alla fine.

Interessante la rappresentazione della storia d’amore: anticonvenzionale perché presenta un caso comunemente considerato “negativo”, e due personaggi imperfetti. I personaggi femminili sono però artefatti, bidimensionali e troppo dipendenti dai personaggi maschili, nello specifico il nostro protagonista, che è dipinto alla fine come un figo nel trionfo del suo narcisismo.

Immagine: Vladimir Kuš. 

Elena Varvello. La vita felice

la vita feliceLa vita felice di Elena Varvello è un romanzo breve che richiama La settimana bianca di Emmanuel Carrère. La montagna qui è raccontata in un altro modo: non c’è neve, nella storia, appare solo in un flashback di poche righe; è una montagna dove è estate e fa caldo.

Siamo alla fine degli anni ’70, ma l’unica differenza con l’oggi è l’assenza degli odierni strumenti di comunicazione. Il protagonista Elia, un adolescente, trascorre le giornate girovagando con un nuovo amico, e desiderandone la madre. Niente internet, niente serie tv, niente videogames. In realtà, non c’è quasi nemmeno la televisione, in questo mondo isolato sul monte.

Poi c’è il buio del bosco, c’è la paura di Elia della follia del padre, che lo lambisce senza manifestarsi in modo violento; eppure, insieme al protagonista proviamo un malessere senza nome. E infine, c’è una storia che interseca la cronaca estiva, una storia cupa, spaventosa, la storia del destino del padre di Elia, che si compie lungo l’arco del romanzo.

Elementi semplici, amministrati con mestiere e precisione. Un bel romanzo di formazione e di suspense, che però non riesce ad evitare di trasmettere anche la freddezza della costruzione a tavolino.

Cory Doctorow. L’uomo che vendette la luna

l'uomo che vendette la luna doctorowL’uomo che vendette la luna è la novella di Cory Doctorow ambientata in una Los Angeles un po’ cyberpunk e un po’ dickiana, aggiornata alle ultime tendenze: le stampanti 3D, gli hacker parkouristi, il Burning Man Festival – che nasce nel 1991, ma diventa glamouroso negli ultimi anni, con le apparizioni dei miliardari della Silicon Valley; e quindi mischia perfettamente le due istanze estetiche del libro: caratterizzarsi attraverso le tendenze di oggi e avere un sapore anni ’90.

C’è un altro tema ricorrente, ovvero la malattia. Si collega al resto del romanzo attraverso la polvere: quella lunare, quella del deserto del Nevada dove si svolge il festival, ma anche la polvere a cui torneremo. L’idea della morte si intreccia dolorosamente a quella di avanguardia e progresso tecnologico, traducendosi nell’immortalità attraverso le proprie creazioni, ciò che possiamo regalare al futuro stesso.

Altro concetto forte di Doctorow, quello di community: il progetto di cui parla il libro non è soltanto del protagonista. Appartiene a tutti, anche ai troll dei forum, alle fazioni avverse, ad Anonymous che cerca di distruggerlo. Qui troviamo il nesso con il racconto di Heinlein a cui Doctorow ruba il titolo: negli anni ’40, il viaggio sulla Luna era appannaggio di un singolo capitalista col coltello in mezzo ai denti; nel futuro (che è l’oggi) di Doctorow, l’american dream è diventato quello del creative commons e del crowdsourcing, dove l’individuo è parte di una moltitudine. L’obiettivo del protagonista è fare un dono alle persone che un giorno colonizzeranno i sassi del nostro satellite.

Romanzo piacevole, simpatico per le idee che promuove, un po’ fanfarone per l’estetica hipster da stronzi della Silicon Valley che lo permea.

In inglese si può leggere direttamente nel sito dell’autore a questa pagina.

Pubblicato anche sulla 32° antologia The Year’s Best Science Fiction di Gardner Dozois del 2015.

Aliette de Bodard. Stazione rossa

stazione rossa aliette de bodardStazione rossa di Aliette de Bodard è un romanzo breve ambientato nell’era spaziale dell’universo Xuya (in cui il colonialismo non ha avuto un forte impatto sull’Asia, e i cinesi hanno scoperto le Americhe). Siamo su una stazione artificiale in un lembo sperduto della galassia, lontano dalla guerra che ne sta dilaniando i pianeti.

Il libro di Aliette de Bodard fa parte di quella fantascienza sociale in cui il lato antropologico è predominante, come in molte opere di Ursula K. Le Guin. Il lato sci-fi non manca: Bodard ha inventato delle particolari intelligenze artificiali, le Menti biomeccaniche che mantengono in funzione astronavi e stazioni spaziali; ma anche in questo caso, è più importante l’aspetto antropologico. La cultura di origine vietnamita, a cui appartengono gli abitanti della stazione, ha integrato le nuove tecnologie con le antiche tradizioni, per cui sono in uso apparecchiature che creano una realtà aumentata conservando le memorie degli antenati, le cui voci e i cui valori rimangono vivi nelle menti delle persone dotate degli apparecchi a loro appartenuti. La Mente che gestisce la Stazione Prosperità è definita “Onorevole Antenata”, essendo molto più longeva di un essere umano (anche se non immortale), e i rapporti tra questa entità e i suoi “discendenti” sono governati dal rispetto e dall’affetto filiale.

Bodard svela questo contesto sviluppando un racconto che parla del conflitto tra due donne dalle personalità diversissime, rappresentando di ciascuna i pregi e i difetti, le ragioni e i torti, senza incoraggiare il lettore a schierarsi univocamente con una delle due.

L’universo Xuya è sempre interessantissimo, e così anche questa storia. Unico appunto: il libro crea una forte aspettativa iniziale sugli elementi più prettamente fantascientifici, proseguendo invece su una strada più introspettiva (quindi, in sostanza, disattendendo alcune delle promesse fatte nelle prime pagine). Rimane però un valido esempio di questo filone di speculative fiction del Terzo Millennio.

Novella finalista al premio Nebula 2012 e al premio Hugo 2013.

Renata Adler. Mai ci eravamo annoiati

Renata Adler

Mai ci eravamo annoiatiMai ci eravamo annoiati, di Renata Adler: New York, fine anni ’70. Ma anche il resto del mondo. Una voce narrante, giovane donna, giornalista. Brevi impressioni sparpagliate della sua vita. Qual è la peculiarità di questo libro, il motivo per cui se ne parla ancora dopo tanti anni, quello per cui è amato ma anche odiato? In gran parte, lo stile. In una parola: blasé (secondo il dizionario: “indifferente, scettico, disincantato; si dice di persona che sia divenuta tale per noia della vita mondana e per abuso dei piaceri, o che ostenti per snobismo questo stato d’animo”). Per intenderci, Renata Adler a una prima lettura sembra la madre di tutti i Vice.

Ciononostante, non è un libro facile. Non si legge la sera prima di andare a letto. Eppure la scrittura impressionista di Adler ha la stessa immediatezza dei momenti migliori di Joan Didion (con la quale condivide anche un certo snobismo). La difficoltà nasce dal fatto che Mai c’eravamo annoiati, Speedboat in originale, non ha una trama. È una sequenza di micro-storie, che si ricompongono in un racconto frammentario dove ci sono immagini e motivi che ritornano, ma nulla è garantito. Quello che leggiamo in un brano potrebbe non riapparire più. Il brano successivo probabilmente parlerà d’altro. Non solo: Adler porta la non-consequenzialità all’estremo, e all’interno dello stesso paragrafo può sterzare bruscamente e concentrarsi su un dettaglio apparentemente scollegato dal soggetto del discorso. Un paragrafo che inizia parlando di una famiglia che scappa dai nazisti attraverso l’Europa può finire poche righe dopo sui lividi triangolari che la protagonista adulta si procura urtando la porta di casa quando mette fuori la spazzatura.

Capirete che, nonostante l’immediatezza, la sua non sia una scrittura facile. Non è semplice decodificarla, perché richiede una doppia attenzione. Non la potete leggere distrattamente. Il contenuto tende a sfuggire. Nei momenti migliori, le parole di Adler sono duttili, il senso del racconto è liquido. La sua scrittura rimaneggia la realtà forzando i rapporti di causa-effetto a cui siamo abituati. Purtroppo non tutti i frammenti narrativi hanno la stessa potenza, e non sono pochi i brani che suonano più come riempitivi.

Il libro rimane sospeso tra fiction e memoir: l’io narrante è un alias, ma si è portati a identificarlo subito come la vera Renata Adler. Non dubitiamo nemmeno per un istante che quelli che ci racconta siano ricordi o impressioni della sua vita. In questo trovo la differenza sostanziale con Joan Didion, a cui viene facilmente accostata: Didion scrive dei veri memoir, ci mette la faccia, i nomi e cognomi; quando scrive altro, scrive altro: scrive fiction, immagina personaggi con una storia diversa dalla sua. Le protagoniste dei suoi romanzi nascono dall’idea di mondo di Didion, da qualcuna delle sue esperienze, ma hanno percorsi diversi, che la scrittrice ha costruito per loro. Adler qui fa un’operazione differente; crea un puzzle realistico e artificiosamente disordinato che ci dice, sussiegoso, che questa potrebbe essere la vera vita di Renata e non ci dà motivi validi per pensare il contrario. I volti dei personaggi rimangono sempre in ombra, li osserviamo da dietro, da lontano. L’immagine di copertina scelta da Mondadori enfatizza il lato glamour, ma con l’inquadratura coglie l’attitudine di Adler a tagliare fuori le immagini immediatamente riconoscibili per farci identificare i soggetti attraverso i loro contorni e i loro particolari. Questo mi pare sia il metodo poi ripreso da Jenny Offill nel recente Sembrava una felicità, che però usa una narrazione ben più lineare rispetto a Speedboat, scrivendo un libro più facile da seguire.

Dice David Shields in Fame di realtà: “Il romanzo-collage di Renata Adler, Speedboat, appassiona per i frenetici e irregolari cambiamenti di accento e di tono e voce. Si confida, ragiona, racconta una storia, snocciola aforismi, liquida aforismi, poi liquida il tutto. Se in un paragrafo è criptica, in quello dopo è chiara. Cambia argomento come un genio schizofrenico e rende irrazionale una cosa sensata. Fruga nell’intimità, come un’amante senza freni inibitori tra le lenzuola. Idee, esperienze ed emozioni sono inscindibili. Cosa dirà adesso? Lei ci stuzzica riuscendo a essere al tempo stesso osé e sfuggente. Il libro prende forma: le immagini ricorrono, le idee si intrecciano, i nomi riappaiono. Ogni paragrafo è una storia in miniatura. Lei è onnipresente, sbroglia le cose, ma da vicino. C’è ben poco di astratto. Sento il suo respiro. «Non fidatevi mai fino in fondo di me», dice e così dobbiamo continuare a leggere, perché sappiamo che esisterà sempre un altro punto di vista in ogni caso. Per molti versi il libro ha suspense e slancio. Lei ci promette qualcosa: c’è sempre qualcosa dietro l’angolo. Quanto riuscirà a tirare avanti così? Non lo so, ma il tempismo è tutto. Lei dovrà cedere prima di noi e insieme comunicarci un senso obliquo e scaltro di appagamento, di soddisfazione. Nell’ultimo paragrafo la vedi lavorare sodo su questo punto”.

Controindicazioni:

1) Cambiando storia ogni due pagine, Adler rompe continuamente la concentrazione di chi legge. Non riuscivo a capacitarmi di metterci più di un mese a leggere un libro di 180 pagine, ma d’altra parte la lettura di Mai c’eravamo annoiati richiede un tipo di attenzione diversa rispetto a una forma più convenzionale di romanzo, fiction o non-fiction che sia. Verso la fine non ne potevo più. 

2) Il tono del romanzo può essere irritante. Spesso emerge uno snobismo upper class, già fastidioso di per sé, che ogni tanto degenera in cose peggiori. C’è una scena in cui la voce narrante trova un quarto di dollaro dentro a un taxi. Vorrebbe metterlo in tasca, ma poi decide di darlo al tassista. Lo fa, dice, «avendo notato che il tassista era nero», e sembra molto compiaciuta della sua elemosina (puntualizza che il tassista la ringrazia). In un’altra scena descrive come i giovani americani in vacanza in Grecia trattino la signora del posto che fa le pulizie – cioè con pochissimo rispetto –, ma la voce narrante non sembra capire quanto sia sgradevole il comportamento che lei stessa ha sottolineato.

Speedboat è tornato di moda dopo tanti anni (è del 1976) quando nel 2013 è stato ripubblicato dalla collana dei classici moderni della New York Review of Books. È un libro interessante, perché documenta l’evoluzione di uno stile molto usato oggi. A discrezione del lettore/lettrice stabilire se i contenuti siano altrettanto significativi.

Il ritratto di Renata Adler in un articolo di Rivista Studio (che ovviamente tende a incensarla).

Christopher Priest. Mondo alla rovescia

mondo alla rovescia priestFantascienza, sì, ma anche Weird, o quasi-Weird. Mondo alla rovescia di Christopher Priest mi ha ricordato in controluce la trilogia dell’Area X di VanderMeer. C’è un mondo con delle leggi diverse, leggi fisiche; c’è la corporazione che mantiene il segreto su cosa siano queste leggi; c’è il viaggio iniziatico che trascende nell’allucinazione, nell’allontanamento dalla realtà (senza illuminazione). Insomma, le stronzate da massoni non sono stronzate da massoni, o per lo meno vengono stroncate: l’iniziato intraprende il suo cammino, entra nel mondo esoterico-mondo straordinario, ma poi scopre una realtà incomprensibile, ingovernabile. Questo mi piace, in entrambi i casi. Sia Christopher Priest sia VanderMeer scrivono storie borgesiane; in Priest c’è una città misteriosa, uscita da un quadro metafisico, una Babele di cubetti razionalisti, circondata da macchine di ferro e legno, rotaie, argani, anche se c’è pure una centrale nucleare. Tornando all’esoterico, sembrano figure di tarocchi post-moderni.

Priest pubblica Mondo alla rovescia nel 1974: siamo ancora lontani dal New Weird di oggi, e infatti il suo libro è un viaggio allucinante, ma di fantascienza; etichetta per etichetta, Science Fantasy? Insomma, c’è una spiegazione scientifica, fantasiosa. Priest si tiene stretto il mistero a lungo, costruendoci sopra una trama scarna e ammaliante al tempo stesso. La prima metà del romanzo è costellata da immagini conturbanti: gli operai che lavorano alacremente alla costruzione di enormi macchine; il sole e la luna, che non hanno la forma che dovrebbero avere; la città stessa, mai descritta nel dettaglio, ma che ci immaginiamo come un labirinto di scale e palazzi uno sopra l’altro. Mi ha ricordato la città lunare di Neanche gli dei di Asimov; o una visione alla Escher; o anche i corridoi della Southern Reach in Autorità dello stesso VanderMeer. Priest descrive con precisione solo alcuni dettagli, lasciando intuire e immaginare gli altri. La prosa rimane lieve, il racconto misterioso.

Priest è anche l’autore di The Prestige, altra storia mindfuck da cui il sommo Christopher Nolan (re dei rompicapi) ha tratto l’omonimo film. Purtroppo, gran parte dell’opera di Priest è ancora inedita in italiano.

SPOILER

Nell’ultima parte, questo romanzo usa quello che oggi viene chiamato “Shyamalan Twist”, cioè il colpo di scena tipico del regista. Sono ribaltamenti finali classici nella letteratura Weird. Quello del film The Village ricorda molto Mondo alla rovescia.

Elena Ferrante. L’amica geniale

Elena ferrante l'amica genialePer iniziare L’amica geniale di Elena Ferrante bisogna fare una scommessa: vorrò davvero leggere anche gli altri 3 romanzi? Completare una tetralogia di più di 1000 pagine? Ci ho messo parecchi anni a decidermi, ma alla fine mi sono convinta perché Ferrante è una grande scrittrice. Ho letto i suoi primi tre romanzi brevi, una trilogia concettuale: anche se le storie sono scollegate tra loro, sembrano fare parte dell’ipertesto Elena Ferrante, che dalla sua scrittura lascia sempre trasparire cenni autobiografici. Sono reali? Sono fiction? Sono entrambe le cose? Probabilmente la vita dell’autrice si mischia alla biografia immaginaria del personaggio inventato Elena Ferrante, lo scudo che permette alla persona reale di scrivere e colpire con quella che definirei lucidità viscerale.

C’è molta oscurità nei primi tre romanzi (L’amore molesto, I giorni dell’abbandono e La figlia oscura), sono degli psychothriller fuoriclasse. La tetralogia ha invece la fama di essere “un po’ soap opera”. Dopo aver letto L’amica geniale posso dire che invece io ci ho ritrovato la stessa oscurità, la stessa urgenza violenta e angosciante. La differenza è che essa viene vivisezionata e dispiegata non in una novella, ma in un’opera monumentale che è anche affresco d’epoca. I personaggi si moltiplicano, c’è qualche sottotrama; ma la materia prima, nera e pulsante, è sempre la stessa. La scrittura non si è addolcita; ha solo preso più spazio, tirando fuori altre sfumature a sostegno della stessa inquietudine.

Ferrante racconta la storia delle donne italiane, iniziando dal dopoguerra, quando le sue protagoniste sono ancora bambine. Il loro percorso mi ha fatto pensare a mia madre, coetanea dei personaggi e cresciuta in una città lontana dai rioni napoletani: un ambiente diverso, però per qualche tratto anche un po’ simile a quello descritto. Nel libro ho ritrovato gli stessi ostacoli culturali che deve aver vissuto lei da giovane, quando i genitori hanno smesso di mandarla a scuola, nonostante i risultati brillanti, perché era una femmina.

amica-geniale1Di queste cose parla la storia di Lila e Lenù: del ruolo difficilissimo della donna nella società dell’epoca, della violenza quotidiana, della prevaricazione; e scrivendone Ferrante fa il punto non solo sul periodo storico, ma anche su una cultura che, più in sordina, è ancora la nostra. A questo discorso s’accompagna quello sull’amicizia totalizzante tra le due donne protagoniste, e uno più nascosto sulla creatività.

Lenù usa Lila come motore per la propria; lei è l’obiettivo irraggiungibile che sempre la stimolerà a fare meglio. Lila, la vera amica geniale, è invece l’eroina tragica il cui genio è intrappolato senza possibilità di fuga a causa delle convenzioni sociali che la vorranno sempre moglie e madre al servizio dell’uomo. La sua creatività è tanto potente quanto disperata: per via della sua condizione è discontinua; la minaccia: è pericolosa per lei e per gli altri, e la fa sentire in colpa. In questo primo episodio Lila è una figura ultraterrena; la sua umanità è nascosta allo sguardo di Lenù, voce narrante, che la vede come un essere sovraumano e infallibile. Il dolore di Lila traspare lo stesso, ma della sua umanità sappiamo ancora poco (la situazione cambierà nel secondo volume).

Soap opera, insomma, non ce n’è. C’è invece un ritratto d’epoca incisivo e puntuale, la ricostruzione della vita marginale del rione napoletano (con personaggi che non vedono il mare fino all’adolescenza e vivono sempre confinati nel quartiere), il proletariato che stenta ma inizia ad evolversi in piccola borghesia, tra boom e camorra.

La saga è una lettura lunga per la mole di pagine; ma è talmente coinvolgente da scorrere alla velocità della luce. Non temetela, dunque: abbandonatevici.

Seguito dal secondo capitolo Storia del nuovo cognome.

Elena Ferrante. Storia del nuovo cognome

Storia del nuovo cognome Elena FerranteSPOILER ALERT! Io ve l’ho detto.

Il secondo capitolo della saga di Elena Ferrante è davvero la storia del nuovo cognome di Lila, che diventa la signora Carracci. È una storia di violenza domestica, dell’orrore che le cala addosso, tutto d’un colpo, dal giorno stesso del suo matrimonio in avanti. In breve: la storia del nuovo cognome di Lila è raccapricciante.

Lila è una figura quasi ultraterrena nel primo volume. Solo adesso la sua umanità viene svelata, attraverso il dramma che vive e un trucco che ci consente di scoprire cosa pensa realmente. Per farlo Ferrante usa l’espediente narrativo dei suoi diari, che in un flashforward iniziale vengono consegnati a Lenù. La voce della Lenù del futuro ci racconta apertamente di una Lila frustrata; ma quella è solo una parentesi nel senno di poi, di una Lenù più matura. C’è uno scollamento tra la narratrice futura e il suo stesso personaggio da giovane, ingenuo, poco empatico. La Lenù del 1961 non conosce la disperazione di Lila, anche se comincia a intuirla. È proprio in questo romanzo che Lenù inizia a vivere una vera indipendenza psicologica da Lila, divenuta per lei non più divina, ma terribilmente reale con la sua fragilità e frustrazione.

Il nuovo cognome di Lila è la fonte delle sue peggiori sofferenze. Ferrante le assegna un marito orco, picchiatore e stupratore, che considera Lila una proprietà acquisita di diritto grazie al denaro. La voce di Lenù usa l’ingenuità della diciassettenne per raccontare l’infatuazione per un altro modello di maschio orrido, Nino. Benché lontanissimo dalla bestialità dei tàmmari del rione, è un intellettuale greve e vanesio che apprezza Lenù solo finché lei non lo supera in cultura, e che desidera solo la sua venerazione acritica.

A volte viene da pensare che sia Lila la vera voce narrante, che non esistano due ragazze ma soltanto una; come se Lila si immaginasse un alter ego a lei complementare, una donna che non si è sposata da ragazzina e che ha avuto le possibilità a lei negate. Quella donna è Lenù.

Il libro è appassionante e angosciante, ma si sofferma in modo estenuante sulla parte centrale ambientata a Ischia. Meno potente rispetto al resto, è un inserto molto lungo che spezza la tensione accumulata fino a quel punto. 

Il volume finisce con la pubblicazione di Lenù come scrittrice di fiction. Da qui iniziano i momenti metaletterari della tetralogia. Il libro che scrive Lenù somiglia, dalla descrizione, all’Amica geniale: c’é una presenza magnetica, che nella saga di Ferrante è il personaggio di Lila, e uno sfaldamento che richiama la smarginatura: «Poi m’immaginai una forza oscura acquattata nella vita della protagonista, un’entità che aveva la capacità di saldarle il mondo intorno, con i colori della fiamma ossidrica: una calotta azzurro violacea dove ogni cosa le andava per il meglio schizzando scintille ma che presto si dissaldava, scindendosi in frammenti grigi privi di senso». La descrizione del libro di Lenù si può applicare anche alla scrittura di Elena Ferrante (il cui nome de plume è lo stesso della protagonista): «La storia è bella, una storia d’oggi molto ben articolata e scritta in modo sempre sorprendente; ma il punto non è questo: è la terza volta che leggo il suo libro e a ogni pagina c’è qualcosa di potente che non riesco a capire da dove viene».

Il feuilletton del rione e l’affresco popolare continuano attraverso gli anni, richiamando film come La meglio gioventù e C’eravamo tanto amati.

Seguito dal terzo capitolo Storia di chi fugge di chi resta.

Elena Ferrante. Storia di chi fugge e di chi resta

elena ferrante storia di chi fugge e di chi restaSPOILER ALERT

Terza puntata della saga di Elena Ferrante. Lila è assente nella prima parte di Storia di chi fugge e di chi resta, non sappiamo più niente di lei, mentre la vicenda diventa finalmente quella di Elena-Lenù.

Questo è il volume in cui la nostra voce narrante cambia nome: non sarà più chiamata Lenù, ma diventerà invece Elena Greco, la scrittrice. Il romanzo parla diffusamente della posizione di Elena nel panorama letterario del periodo. Interessante il discorso che Ferrante fa su quanto il libro di Elena venga sminuito dal momento che l’autrice è una donna – sorte simile a quella della saga di Ferrante stessa. Il romanzo viene ridotto a storia d’amoretti da tutti, mentre la scrittrice è sottoposta a un mansplaining continuo da parte di critici e professori che la chiamano “bambina cara” e vogliono spiegarle cosa sia in verità il romanzo che ha scritto lei.

Gli intellettuali pure respingono il suo libro: i rivoluzionari per zdanovismo – “non è tempo di scrivere romanzi”; il fidanzato accademico perché “sono un filologo, non un letterato”, ma Ferrante sottintende che la ragione sia il disprezzo; il giornalista di terza categoria, Sarratore padre, si riconosce nella vicenda e si vendica denigrando il romanzo. Il libro verrà difeso da Nino per partito preso, ma sembra piacere davvero solo a Gigliola, la fidanzata del camorrista, che riconosce nella “sporcizia” chiamata in causa da Elena la costante della sua vita di femmina del rione.

La storia di Lila racconta invece della fabbrica, degli scontri tra comunisti e fascisti (tutti del rione e armati di mazze e bastoni, sono gli spettri neri la cui violenza appariva sporadicamente anche nei primi due libri). Lila catalizza le differenze tra studenti e operai, in una dicotomia che Ferrante propone dal punto di vista operaio, con gli studenti borghesi che parlano come libri stampati, pontificano, trattano gli operai con la stessa indulgenza con cui i critici letterari trattano la scrittrice Greco. E ancora: gli studenti non sanno dare le mazzate, sono idealisti e ingenui, mettono Lila in pericolo strumentalizzandola, senza preoccuparsi di lei. Lila ha conosciuto l’agiatezza in cui vivono gli studenti, mentre loro non sanno cosa sia la miseria in cui vivono gli operai. Lila però si tiene stretta la sua sofferenza in fabbrica: il lavoro è l’unica cosa che la separa dal ritornare a dipendere dai maschi, tornando schiava. È una sopravvissuta alla violenza, non porta più il nuovo cognome, ha ripreso il proprio. Si sta emancipando in modo diverso da Elena, più dolorosamente.

Si inizia a parlare di sesso, di un fastidio provato da Lila, da Gigliola e anche da Elena, che finalmente le donne iniziano a comprendere e a raccontare. Il sesso per loro non funziona perché tabù, ignoranza e preconcetti rendono impossibile il piacere della donna. Poi c’è il femminismo, c’è la vita delle madri moderne, schiacciate tra lavoro e esigenze domestiche, con partner che si aspettano che facciano tutto loro perché così è normale. A Elena succede questo, e la sua attività di scrittrice viene travolta dagli eventi e s’interrompe. Ferrante racconta la fatica di produrre romanzi, le difficoltà poco romantiche che la scrittrice incontra sul proprio percorso.

Seguito dall’ultimo capitolo Storia della bambina perduta.

Elena Ferrante. Storia della bambina perduta

Storia della bambina perduta Elena FerranteI 4 volumi che compongono la tetralogia di Elena Ferrante raccontano una storia in ordine cronologico, dall’infanzia alla vecchiaia delle protagoniste; ma in ciascun romanzo non c’è soltanto il procedere di un intreccio quasi sempre lineare; c’è anche la scelta dei temi da affrontare. Il tema principale di Storia della bambina perduta, l’ultimo volume, sono i sodalizi.

Semi SPOILER ALERT

Il romanzo inizia raccontando la relazione di Elena con Nino, che svolge una funzione simile a quella di Elena con Pietro nel volume precedente – e cioè far incazzare chi legge, che per tutto il tempo si dirà: “Perché sta con questo stronzo?!”. Sin dal primo volume è stato chiaro che il personaggio di Nino avrebbe avuto un ruolo importante nella vita di Elena. Dipinto da subito come un villain anomalo (che qui esplode), è descritto come un uomo vacuo e pieno di sé, che però è diverso da tutti gli altri personaggi maschili negativi, compreso il suo orrido padre. Totalmente non violento, ha un’affezione per le donne – che qui si rivela morbosa – che mescola l’ammirazione alla totale mancanza di rispetto. È l’amico delle donne, il paraculo; e i suoi intellettualismi non cambiano di una virgola le sue idee, che sono meschine non in virtù della sua sessuomania, ma per la disonestà intellettuale.

Alla storia con Nino si contrappone il sodalizio tra Elena e Lila, che tornano ad essere vicine come quando erano bambine. La loro vicenda rappresenta la possibilità di condivisione della vita familiare e delle figlie da parte di due donne, che unendo le loro forze creano un clima familiare decisamente migliore rispetto a quello che Elena aveva provato a costruire assieme ai partner maschi. Le nuove figlie di Lila e Elena sono interscambiabili, sono figlie di entrambe le donne. Finalmente Elena può vivere la sua carriera di scrittrice senza gli ostacoli creati dalla vita domestica con Pietro e con Nino. In sostanza, quello che ci mette Lila è l’impegno in prima persona, la cui assenza aveva caratterizzato il marito e l’amante di Elena, identici sotto questo aspetto.

Nel libro precedente il sodalizio tra donne nella crescita dei figli era già presente, ma in modo più freddo e conflittuale: lo abbiamo trovato nel personaggio della suocera Adele, che quasi sequestra le figlie di Elena, eppure così facendo l’aiuta a sbrogliare un periodo difficile della sua esistenza; e anche nella cognata alternativa Mariarosa, da cui Elena va ad abitare nel periodo del divorzio. Il rapporto con Lila è per forza di cose diverso, migliore e più potente, perché è basato su un vero amore: non l’amore passionale, ma qualcos’altro, ancora più forte.

Questa la parte luminosa del libro. La vicenda prende poi una piega molto più cupa, e l’epilogo è amaro e pessimista.

Octavia Butler. Ritorno alla Terra


adulthood-ritesRitorno alla Terra
, ovvero Adulthood Rites, è il secondo capitolo della trilogia della Xenogenesi di Octavia Butler. Pur avendo una sua storia, non può dare le stesse soddisfazioni al lettore che non abbia letto il primo volume Ultima genesi (Dawn), perché con la sua trilogia Butler costruisce una situazione di cui racconta l’evoluzione. E Adulthood Rites è il secondo passaggio.

Premessa al secondo volume: gli umani sono tornati sulla Terra insieme agli oankali, gli alieni che hanno salvato l’ultimo campione di umanità prima che si autodistruggesse. Gli oankali sono ingegneri genetici naturali la cui “missione biologica” è quella di mescolarsi con specie aliene, generandone nuove attraverso la contaminazione biologica e culturale. Ciascun terrestre ha potuto scegliere tra due opzioni: ritirarsi lontano dagli oankali, nei villaggi dei gruppi di opposizione, vivendo senza riprodursi (gli oankali li hanno resi immuni alle malattie, ma anche sterili); oppure ripopolare la Terra assieme agli oankali, vivendo con loro nei villaggi di scambio, generando assieme figli compositi. Lilith, la protagonista di Ultima genesi, vive con loro ed è madre di vari compositi. Alcuni suoi ex compagni umani sono invece parte dei gruppi di opposizione, che tentano razzie nei villaggi di scambio rapendo i bambini dall’aspetto umano.

Ritorno alla terra butlerLa storia di Ritorno alla Terra non è quella di Lilith, ma di Akin, il suo primo figlio maschio. È attraverso la sua prospettiva che vediamo le cose, è sua la vicenda. È giusto che sia così: la trilogia si chiama xenogenesi, il suo punto è raccontare la contaminazione; e Akin la rappresenta alla perfezione: ha un aspetto del tutto umano, ma le sue caratteristiche biologiche, psichiche e culturali sono miste. Gli umani sono attratti da lui, al punto da rapirlo, ma allo stesso tempo sono disgustati dalla sua natura, per metà aliena.

Butler usa il viaggio di Akin tra le comunità umane per raccontare la xenofobia e la difficoltà ad accettare il diverso e la contaminazione. Questo il senso dell’intera trilogia. Butler evita le semplificazioni, e cerca di descrivere la paura che genera violenza come parte della natura umana; una parte di sé sulla quale però l’umanità può prendere controllo, come sa fare Lilith. Proprio perché è una creatura così evidentemente piccola e indifesa, il punto di vista del bambino mezzo umano e mezzo alieno funziona alla perfezione per farci immedesimare in chi è vittima della discriminazione, rendendo ancora più odiosi i soprusi che subisce.

Butler in questa trilogia non propone mai umani o oankali come interamente dalla parte del torto o della ragione. Anche questa volta, protagonista è la contaminazione: Akin, con la sua natura ibrida, riesce a convivere nelle comunità di umani ostili; e viene a sua volta contaminato, diventando il promotore di una nuova politica verso gli umani, nei quali riesce a identificarsi meglio dei suoi congiunti di natura interamente aliena.

È un romanzo a tratti angosciante, perché è in buona parte l’avventura di un bambino caduto in mani ostili. Si perde un po’ il sense of wonder del primo capitolo, ambientato sulla nave oankali e basato sulla scoperta della natura aliena e dai rapporti di forza tra prigionieri e carcerieri. Sono curiosa di leggere il terzo capitolo, che dovrebbe avere un protagonista ancora più complesso, e cioè l’ibrido tra umano e il terzo sesso oankali.

Katherine Heiny. Single, frivole, pronte a tutto

single, frivole, pronte a tuttoIl titolo è in parte fuorviante: suggerisce atmosfere chick-lit molto svagate, ma i racconti di Katherine Heiny contenuti in Single, frivole, pronte a tutto non sono così. Eppure c’è leggerezza nella sua scrittura; è uno stile che si ferma un passo prima di essere beffardo, e proprio perché evita di diventarlo crea un rapporto empatico tra lettori, scrittrice e personaggi. Heiny li ama, e ama chi legge il libro, ama chi vi è narrato; emana comprensione, e incoraggia il lettore a parteciparvi.

I personaggi non sono quasi mai single, e la frivolezza è qualcosa di altalenante nelle loro vite: è più che altro un’aspirazione, quella di poter vivere a cuor leggero; una condizione che nella vita reale, e in quella delle protagoniste, non si realizza quasi mai. Il titolo è tratto da un racconto su una donna che fantastica di lasciare il proprio partner per raggiungere questa condizione mitologica di “single, frivola, pronta a tutto”, ossia vivere lo stereotipo chick-lit per eccellenza. Le sue però sono solo fantasie, e la sua realtà non sarà mai così schematica.

I racconti di Heiny lavorano proprio sul ribaltamento di certi cliché. Si parla di rapporti sentimentali, di famiglia, di sesso. Le protagoniste non sono single in carriera, ma più spesso donne che hanno bambini sbavanti da curare e mariti sonnacchiosi ma amati. Le loro passioni sono clandestine, e Heiny mostra queste situazioni nella loro normale, tranquilla quotidianità. Non c’è dramma, non c’è strazio. Non c’è giudizio, o meglio, il giudizio è che tutto sommato della vita sentimentale delle persone c’è poco da giudicare. Questo è il filo conduttore dei racconti.

Heiny ci invita a immedesimarci nelle sue protagoniste, a tifare per loro, incoraggiando il moralista a sospendere il giudizio e a mettersi nei panni degli altri. Sono personaggi che fanno considerazioni che tutti prima o poi si trovano a fare.

Il focus spesso è sull’importanza dell’amicizia tra la protagonista e un’altra donna. L’amicizia diventa un luogo mentale in cui trovare conforto quando il resto si complica, ma è anche costantemente gioiosa, parte fondamentale della vita di questi personaggi a prescindere dal resto.

Jeff VanderMeer. Annientamento

Annientamento di Jeff VanderMeer è un romanzo breve che porta il lettore in un limbo, tra vita e morte. È l’Area X, zona franca della nostra realtà, dove qualcosa di altro ha aperto una breccia. Nel nostro universo si è insinuato un nuovo mondo, con leggi diverse. Viene percepito come una piccola regione geografica governata da una natura selvaggia e inquietante. Potremmo definirla una palude mistica, dove le sensazioni prendono forma, le paure sono al tempo stesso innocue e spaventose, e la morte non è fine, ma trasformazione.

I personaggi si muovono nell’Area X come automi, in trance. La scrittura riesce a trasmettere al lettore questa dimensione: dice, ma non spiega; la voce narrante suona da subito poco affidabile, sotto l’effetto di un incanto ipnotico – e infatti il motivo dell’ipnosi ritornerà per tutto il racconto. Le omissioni sono evidenti, generano suspense ma anche immedesimazione nello stato di spaesamento dei personaggi. È una dimensione trasognata, da coma, dove si ha la sensazione di sapere e non sapere, non voler vedere, cercare senza sapere cosa

Jeff VanderMeer AnnientamentoA un certo punto l’Area X ricorda il labirinto di Cnosso, e la protagonista, la biologa, Teseo e Arianna fusi insieme, ma in realtà anche il Minotauro stesso. C’è poi un’immagine ricorrente, lo stagno che la biologa osservava da bambina, e che riconosciamo subito come collegato all’Area X. Più o meno consciamente ci chiediamo se l’Area X esista davvero o se sia lo stagno stesso. La scrittura ci ha portati alla stessa confusione percettiva che subiscono i personaggi.

Notevole l’idea di usare i personaggi femminili senza cercare di connotarli in quanto tali. Crea ancora più spaesamento per un lettore poco abituato a trovarli rappresentati in questo modo, e allo stesso tempo svolge un’operazione di onestà intellettuale nell’approccio al genere sessuale. I personaggi di questo libro sono burattini. Se fossero stati maschi sarebbe stata la stessa cosa.

Annientamento è un romanzo borgesiano, ma l’etichetta New Weird, che lo vuole chiudere in un genere, non è poi sbagliata. Molti lo paragonano a Lost e anche questo non è scorretto. Ovvio il paragone con Lovecraft. A tratti fa pensare a un videogame, dove il lettore stesso diventa il personaggio che si muove guardingo esplorando un ambiente straordinario e inquietante.

Seguito dal secondo capitolo, Autorità.

Jeff VanderMeer. Autorità

Autorità Jeff VanderMeer Area x trilogiaSecondo capitolo della trilogia dell’Arex X di Jeff VanderMeer, Autorità nel complesso funziona meno di Annientamento. Il focus si sposta negli uffici della Southern Reach, fuori dal Confine. Il romanzo è più corposo rispetto al primo, che grazie all’agilità del suo formato trascinava il lettore in un’apnea weird di eccellente qualità. Qui non succede.

Le idee alla base sono troppo esili per un intero romanzo, anche se interessanti. La dilatazione delle pagine crea vuoti narrativi che si traducono nella noia del lettore. I veri movimenti arrivano solo verso la fine del romanzo, con una sezione di sapore dickiano ispirata a Un’oscuro scrutare. Segue un bel finale (che non risolve niente) immerso nella natura tanto amata dalla biologa, protagonista nel primo volume e qui più simile a uno spettro.

Nonostante queste buone intuizioni, è un romanzo senza un centro, troppo vacuo, che cerca di replicare il ritmo del primo (i ricordi, i motivi ricorrenti) ma dilaziona i tempi narrativi a dismisura, sollevando il dubbio che la necessità reale di VanderMeer sia qui solo quella di riempire più pagine.

SPOILER ALERT

Alla base ci sono le idee di Annientamento: c’è una natura misteriosa, che sta prendendo il controllo del nostro universo; le sue leggi fisiche sono diverse. Autorità è il romanzo in cui l’Area X – questa natura nuova – comincia a dilagare nel nostro mondo. VanderMeer ha costruito la linea narrativa per restituire il senso di una realtà bucherellata, dove la logica inizia a sfaldarsi: causa-effetto non sono più nello stesso ordine, il tempo si avvolge, gli esseri si sdoppiano. Sono elementi che intervengono in sordina, poco alla volta, senza che l’autore spieghi nulla e senza che li metta troppo in evidenza. L’impressione è che l’Area X potrebbe essere già ovunque; la vicenda che seguiamo perde importanza. Potrebbe essere tutto e niente. Pregevolissimo l’intento, meno riuscita la sua applicazione. In poche parole: è troppo lungo per funzionare.

Seguito dal terzo e ultimo capitolo, Accettazione.

Jeff VanderMeer. Accettazione


SPOILER di vario genere seguiranno.

Accettazione conclude la trilogia dell’Area X, tornando dentro a quel territorio misterioso, da cui Jeff VanderMeer era uscito (?) nel precedente capitolo, Autorità. Ma eravamo davvero fuori dall’Area X? La laguna-limbo stava dilagando, eppure la sensazione era quella di non trovarsi mai davvero fuori dalla sua realtà onirica. L’accettazione del titolo significa rassegnarsi alla vittoria di una natura aliena, minacciosa perché indifferente all’umanità.

Cosa funziona nel terzo volume: l’Area X, come sempre, con il suo ecosistema lagunare; remota, suggestiva, quieta e inquietante. Il clima weird, le scene alla Cronenberg, con cellulari impazziti che camminano per la stanza, e le creature mostruose alla Lovecraft. Il senso di alienazione, ancora come in Lovecraft.

Accettazione VanderMeerCosa non va: la gestione difficoltosa delle varie trame, l’alternarsi dei punti di vista; troppa carne al fuoco, la tensione si stempera in noia, come in Autorità. Si vuole arrivare in fondo, si desidera l’azione, ma l’azione, in questo libro, non c’è. C’è la spiegazione, sì, in parte; ma alla fine succede davvero poco.

Quindi? Annientamento, il primo libro della trilogia, è decisamente il migliore: concentrato, denso, pieno di suggestioni, di tensione, di mistero. È l’unico in cui atmosfera onirica e intreccio hanno un rapporto armonico. Dopo quello, VanderMeer non è più riuscito a replicare l’alchimia.

Sebastian Fitzek. Il ladro di anime

il ladro di animeIl ladro di anime è un po’ il Dieci piccoli indiani di Sebastian Fitzek. Dopo aver letto più di metà della sua produzione tradotta in italiano, posso dire che anche in questo suo secondo romanzo la cifra è sempre la solita: la psichiatria usata come terreno di caccia, zona di ambiguità del thriller; taglio cinematografico, azione concitata, serial killer allo sbaraglio; rosa di personaggi di cui sospettare a turno (anche se questa volta la soluzione è più ovvia); inizio acchiappante; puro page-turner; un’abbondante dose di delirio, che fa storcere parecchi nasi (ma non il mio!).

Il ladro di anime è un “Agatha Christie incontra Saw l’enigmista” (con Saw l’enigmista influenza ricorrente nei romanzi di Fitzek che ho letto). Lo scrittore usa bene la camera chiusa, in questo caso la clinica chiusa, piena di ambienti (un po’ Cluedo, infatti…), percorribile e generatrice di trappole. Il libro è più corto rispetto alla media di Fitzek, ma per come è impostato funziona così, di più sarebbe stato troppo. È un thriller psicologico, ma è anche un whodunit, o meglio, who’s doing it: non caccia AL serial killer, ma caccia DEL serial killer; nel senso che è lui il cacciatore, quindi la camera chiusa diventa una specie di assedio.

Non il Fitzek migliore, forse non quello da cui cominciare (meglio Il gioco degli occhi). È un libro da consumo veloce, basato più sull’effetto che sul contenuto. Se assunto secondo queste indicazioni, è un romanzo carino, efferato, violentino, tetro etc. Io sono una fan di Fitzek 🙂

SPOILER MINORE ALERT

Purtroppo il libro spreca un promettente racconto cornice, che resta mera funzione narrativa a supporto di tutto il resto, senza influenzare davvero la storia.

Han Kang. La vegetariana

La vegetariana kangLa vegetariana è un romanzo breve dell’autrice sud-coreana Han Kang, vincitrice del Man Booker International Prize 2016. Lasciando un certo spazio all’interpretazione del lettore, è un libro che ha generato molte discussioni sul suo significato. Sembra che ciascuno ci veda un po’ quello che vuole, dentro a un certo ventaglio di possibilità. Si parla di libertà di scelta, di follia, di possesso del proprio corpo, di gesti rivoluzionari, di morte.

Si intitola La vegetariana perché la protagonista, Yeong-hye, decide di punto in bianco di non mangiare più carne. Non si definisce mai vegetariana, e infatti è evidente che quello che le sta succedendo è altro. Ha fatto un sogno, dice, la notte non dorme più. Il romanzo è diviso in tre blocchi che raccontano la vicenda di Yeong-hye secondo tre punti di vista diversi – mai quello della protagonista, ma solo quelli dei suoi familiari. Yeong-hye rimane una figura misteriosa, quasi ultraterrena nel suo percorso di abbandono del corpo. I suoi gesti sono certamente rivoluzionari, e autodistruttivi. Il mondo intorno a lei non può (non prova neanche) ad accettare le sue scelte. Ma la protagonista è sottoposta a continue prevaricazioni da ben prima di smettere di mangiare la carne (e di mangiare e basta).

Di cosa parla, dunque? Di tutto quello detto prima, e anche d’altro. È bello? Sì.

Jennifer Egan. Scatola nera

scatola nera eganRiprendendo l’idea di interconnessione tra persone (e testi) che caratterizzava Il tempo è un bastardo (ovvero A Visit from the Good Squad in originale), Jennifer Egan recupera Lulu, uno dei personaggi del romanzo che le valse il Pulitzer nel 2011, e la rende protagonista del racconto Scatola nera.

Che si tratti di Lulu è indiscutibile, anche se non sapremo mai il nome della protagonista del racconto – e non è un caso, come vedremo. I dettagli biografici coincidono con i suoi, dieci anni dopo (suo padre era una star del cinema che lei non ha mai conosciuto; la sua professione di futuribile addetta marketing; l’ingegnere kenyota con cui era fidanzata è diventato il marito).

Se sappiamo che si tratta di lei, sappiamo anche che siamo nel futuro, perché nel presente narrativo 2010 circa del libro, Lulu era una bambina. Probabilmente, ci troviamo dopo il 2030. E in effetti il mondo di Scatola nera è dotato di una tecnologia più avanzata della nostra, tant’è che il racconto è spesso definito di fantascienza (a cominciare da Wikipedia). A me, le apparecchiature futuribili menzionate nella storia hanno fatto pensare più all’universo di 007, che in effetti usa una tecnologia fantascientifica. E come genere, Scatola nera è proprio una storia di spionaggio.

L’operazione che ha generato questo ebook è legata all’immagine di Egan come la scrittrice legata a temi “2.0”, l’ipertestualità e via dicendo (si veda appunto Il tempo è un bastardo, costruito come un incastro di storie connesse tra tempo e spazio, e pieno di attenzione per il futuro della società derivato dall’uso dei nuovi media). La storia è stata pubblicata per la prima volta dal New Yorker nel 2012, su Twitter; si tratta quindi di un racconto costituito da una lunga serie di aforismi contenuti in 140 caratteri, che messi insieme formano effettivamente una vera storia – tant’è che non ogni tweet ha una particolare rilevanza a sé stante, ed è stato fatto notare che il racconto è bello, ma non è un esempio calzante di letteratura trasposta su Twitter.

Ero sospettosa rispetto a questa formula, avevo paura che fosse una forzatura – come mi era sembrato forzato il capitolo stile Powerpoint in Il tempo è un bastardo (che poi, voglio dire, dai, proprio Powerpoint; e va bene che lo stile infografico cambierà nel corso del tempo, va bene che oggi risulterebbe datato quello delle infografiche fighette del 2010; ma siamo proprio sicuri che lo stile di Powerpoint possa in qualsiasi maniera risultare futuribile per qualcuno?). Avevo il timore che, come il capitolo del romanzo, fosse qualcosa che cercava in modo greve di adattare il linguaggio romanzesco a quello dei media odierni e futuri; che finisse per essere troppo semplicistico, o mal riuscito, o brutto da leggere – e il Powerpoint un po’ lo era. Ogni tanto, leggendo il romanzo Pulitzer, mi ero chiesta se dietro alla struttura a interconnessione ci fosse un vero pensiero, un vero senso, o se fosse invece una confezione per contrabbandare il romanzo in un’epoca (il 2010) in cui il mondo editoriale si interrogava sui cambiamenti del futuro, con la paranoia che la scrittura come la conoscevamo venisse spazzata via da non si sa bene quale nuova forma derivata dal web. Oggi, nel 2017, l’editoria è ancora in crisi e la carta stampata piace sempre meno, ma la forma del romanzo e del racconto mi pare venga messa in discussione in modi più ragionati, sulla base di idee e dibattiti letterari (non paranoidi); che so, ragionando sul ruolo della non-fiction, per dirne una.

Fatto sta che. Avevo il timore che Scatola nera fosse una robetta così. All’epoca non l’ho letto, lo recupero ora, in questo inizio 2017 ormai lontanissimo dal contesto che lo ha prodotto. Posso dire che Egan ha trovato un senso alla struttura aforistica data dal formato tweet, raccontando la storia – tra l’altro in seconda persona singolare – come una serie di istruzioni che la protagonista riceve. Chiaro che la seconda persona singolare lo fa diventare un tu/io, come se parlasse a se stessa. Ma è tutto giustissimo, coerente, perché il personaggio è perso in un’avventura solitaria, senza confidenze e amici, e perché ha davvero ricevuto una specie di addestramento spionistico, per l’appunto delle istruzioni, una lunga serie, che la forzano a fare cose che non le piacciono e che sono pericolose.

Il racconto, è stato detto, parla dell’oggettificazione della donna e del corpo femminile, e sì, decisamente lo fa, e anche questo è coerente con il tema dello spionaggio – mi viene in mente la bellissima serie tv The Americans , che fa riflessioni analoghe, e anche più profonde, sull’uso e abuso dei corpi e delle vite degli agenti segreti protagonisti. Come in The Americans, dove i personaggi sono fedeli all’Unione Sovietica, la ragione che spinge la protagonista a prestarsi a tutto questo è il patriottismo, la devozione all’America. E l’America prende il suo corpo e lo trasforma nella scatola nera del titolo. In questo senso, non è un caso se Lulu non viene mai chiamata per nome, e viene anzi definita soltanto con l’appellativo “una bellezza”. Quello è lo spazio eroico che la patria le ritaglia: il suo corpo espropriato, la sua bellezza usata come paravento e esca.

Quindi sì, tutto coerente. Il racconto è scritto bene, appassiona, scorre. Piacerà di più a chi ama la scrittura rapida e sintetica; d’altra parte, sapendo che è una storia costruita sui tweet, non credo che vi aspettiate dei periodi alla David Foster Wallace. Se l’operazione sia invecchiata bene non riesco a dirlo: il punto è chiedersi se questo tipo di adattamento della letteratura a Twitter funzionasse già all’epoca. D’altra parte, quello che rimane a distanza di anni non è la pubblicazione online (quella anzi era scomparsa nello stream dei tweet già nel 2012), ma l’edizione ebook di un racconto costruito per piccoli paragrafi.

Claudia Piñeiro. Le vedove del giovedì

Le vedove del giovedìLe vedove del giovedì di Claudia Piñeiro si può definire un romanzo “paratattico” per come giustappone voci narranti, situazioni, quadri familiari. Non ha una trama lineare, ma suona come se l’avesse grazie ai sub-plot sviluppati personaggio per personaggio, in un racconto corale che scorre via lieto nonostante la cupezza dei suoi contenuti.

È il ritratto di un mondo borghese ipocrita, artificiale, razzista e discriminatorio, pervaso dalla violenza occulta degli uomini sulle donne, delle madri sulle figlie, dei padroni sui servitori. Se ne denuncia il cinismo disperato parlando di materialismo e superficialità, di quelle ricchezze che possono scomparire dal giorno alla notte lasciando scoperto il nulla delle vite dei suoi protagonisti.

Il titolo e l’incipit sono pretestuosi; leggo sui social letterari che molti li hanno presi in parola e si sono aspettati un romanzo giallo – rimanendo delusi –; ma l’esordio di Claudia Piñeiro non lo è, e non ha bisogno di esserlo.

Louise Erdrich. Passo nell’ombra

passo nell'ombra erdrichLouise Erdrich ha scritto parecchio. In Italia viene pubblicata da qualche anno, da Feltrinelli. Per ora, sono usciti solo 4 dei suoi romanzi. Uno recentissimo, LaRose (2016), fa parte di quella che viene considerata una trilogia, assieme a Il giorno dei colombi (2008) e La casa tonda (2012). Sono ambientati in una riserva indiana, immaginaria e realistica, che viene spesso accostata alla contea Yoknapatawpha di Faulkner. Di quei tre, per ora ho letto solo Il giorno dei colombi, che è un bellissimo romanzo corale, di quelli che sembrano raccontare tante storie separate tra loro, ma che in realtà hanno un altro senso se messe tutte insieme.

Faccio questa premessa per dire varie cose: che Louise Erdrich è una scrittrice prolifica attualmente ancora molto attiva, forse al picco della maturità artistica; che Passo nell’ombra (2010) è stato pubblicato in mezzo ai primi due titoli della trilogia;che ha e non ha cose in comune con quel materiale [regolandomi solo su Il giorno dei colombi].

Il libro è bello. Non tanto nelle mie corde, eppure si è fatto leggere volentieri. Non nelle mie corde perché racconta una vicenda familiare, e su quella famiglia si chiude; quella famiglia è il mondo del romanzo. Mi piacciono storie del genere quando sono thriller psicologici, ma i drammi, che non entrano in quella specifica zona del disturbante, di solito li evito. Ma poi, in realtà, anche questi drammi sono disturbanti; e infatti Passo nell’ombra raccontando, più che una vicenda, una rete di relazioni tra moglie, marito e prole, è in effetti tanto disturbante quanto disturbate sono le relazioni di cui parla.

Ero stata forse ingannata dalla premessa dei due diari, anticipata dalla quarta di copertina, che pare l’aggancio classico a una vicenda psychothriller. Ma qui non si parla tanto di percezione della realtà (come fa spesso il thriller psicologico), anche se in qualche modo si finisce per parlare di gaslighting, una forma di abuso che con la percezione della realtà c’entra eccome. Fatto affascinante, l’autrice del gaslighting è la protagonista Irene (con la faccenda dei diari), che però, quando si risolve ad adottare questa strategia, è stata a lungo vittima di abusi da parte del marito. Incrociando le crudeltà coniugali, Erdrich è riuscita a scrivere una storia di amore infelice e distruttivo che non si trasforma mai in una guerra dei Roses. Questo perché l’autrice rimane ancorata alla realtà, lontana da satire e farse, bazzicando il lato oscuro della normalità che poi, se la guardi bene, da vicino, tanto sana non è.

Forse la materia su cui si basa Passo nell’ombra non è così entusiasmante, non ha un respiro largo come invece Il giorno dei colombi. Però è un buon romanzo, tra l’altro breve, che consiglierei a chi non provi avversione per questo tipo di dramma familiare.

La materia prima pare sia ispirata alla vicenda autobiografica di Louise Erdrich, qui trasformata in fiction, con tutte le metafore, trasposizioni e mutamenti del caso, rispetto alla vita vera. A me ha ricordato a tratti altri due romanzi che ho letto di recente. Uno è L’età adulta di Ann-Marie MacDonald, anch’esso romanzo di finzione tratto dalla vera storia della scrittrice. Come Passo nell’ombra, scende nel dettaglio angosciante di momenti della quotidianità familiare, approfondisce più le relazioni che la storia. Un altro libro che mi è venuto in mente è Le cose che restano di Jenny Offill; sarà stata la casa vicino al lago (i laghi, che presenze minacciose), la famiglia straordinaria, fatta di gente un po’ geniale e un po’ disadattata, con tutto quel che di meraviglioso e tragico ne può derivare.

Passo nell’ombra pare sia scollegato dalla trilogia recente, anche se ho notato che uno dei personaggi nominati, il defunto nonno, Gilbert Florian LaRose, ha lo stesso nome che dà il titolo al nuovo romanzo di Louise Erdrich, LaRose, quindi presumo che non sia del tutto casuale.

Octavia Butler. Ultima genesi


dawnPrimo capitolo della trilogia della Xenogenesi, Ultima genesi di Octavia Butler in originale si intitola Dawn ed è del 1987. Dopo l’apocalisse nucleare, la protagonista Lilith si sveglia in una cella asettica e spoglia. Non sa come ci è arrivata, non sa chi la stia imprigionando. I carcerieri la interrogano da lontano, senza apparire.

SPOILER da qui in avanti (ampiamente rivelati dalla quarta di copertina. Se l’avete letta, potete leggere anche la mia recensione).

Dopo poche pagine scopriamo, assieme a Lilith, che la ragazza si trova in orbita vicino alla Terra sull’astronave degli alieni oankali. Nomadi umanoidi specializzati nell’ingegneria genetica, gli oankali attraversano l’universo studiando altre specie intelligenti, procreando discendenti comuni.

Octavia Butler ci svela le cose poco alla volta, ponendoci nella stessa posizione di Lilith, che molto deve faticare, e pazientare, per ottenere risposte alle sue domande. La prima parte del libro indugia sull’atavico senso di repulsione, la xenofobia, che proviamo per il diverso. Vincere la propria fobia è il primo passo che Lilith deve compiere per andare avanti, perché la sua vita ora è tra gli oankali. Butler studia anche i rapporti di potere, perché gli oankali, per quanto pacifici, sono a tutti gli effetti i carcerieri di Lilith, che privata della propria libertà d’azione si rende conto di essere al pari di un animale domestico.

ultima genesi octavia butlerLa parabola del libro è una riflessione sulla contaminazione come unica vera chiave di accesso al diverso. Parla anche del cambiamento come di qualcosa di necessario, per quanto doloroso. Come in Childhood’s End di Arthur Clarke, l’evoluzione della specie significa anche la morte della razza umana come la conosciamo: i figli di Lilith non saranno come lei. Ma neanche quelli degli oankali, eppure per loro questa non è morte. Al contrario, è l’unico modo che la loro specie conosce per portare avanti la vita.

Il lato più visionario di Dawn è dedicato al ritratto degli oankali. Ricordano un po’ gli alieni dell’universo parallelo del bellissimo Neanche gli dèi di Isaac Asimov, per l’idea di nuclei familiari formati da tre individui: con gli oankali Butler introduce un terzo sesso, né maschile né femminile. Le persone si uniscono a gruppi di 3 o più soggetti, e non esiste il concetto di coppia.

La seconda parte del libro è meno colorata, avendo per protagonisti gli esseri umani. L’astronave e gli oankali sono indubbiamente la forza del romanzo. Ingannevole è la copertina sopra a ogni cosa, perché la protagonista è nera.

Seguito da Ritorno alla terra, mentre il terzo capitolo Imago non sembra esistere in italiano.

Marlon James. Breve storia di sette omicidi

breve storia di sette omicidi marlon JamesIl titolo Breve storia di sette omicidi è ironico: la storia non è affatto breve, si articola in 700 pagine e 20 anni di tempo; gli omicidi raccontati non sono 7, ma decine se non centinaia. È un racconto a più voci che parla della storia recente della Giamaica, usando come fulcro il tentato omicidio di Bob Marley avvenuto il 3 dicembre 1976, ad opera di alcuni gangster locali che Marlon James ipotizza addestrati dalla CIA.

Ma non è un libro di non-fiction tout court: la narrazione si rifà all’hard boiled, diciamo alla Ellroy, virandolo verso il lirismo crudo che viene fuori nei momenti più drammatici e violenti. Ed è quasi una concessione al realismo magico la voce del morto Sir Arthur Jennings, che apre il romanzo tornando poi sporadicamente, apparizione mortifera che annuncia la fine di alcuni personaggi.

Il Marley raccontato da James è ieratico, un vero profeta se non un messia. Viene sempre visto da lontano o narrato con distacco, come se le sue vicende fossero parabole leggendarie riferite dai suoi evangelisti. La sua storia si inserisce nella ricostruzione della politica nazionale della Giamaica anni ’70, troppo vicina a Cuba non soltanto geograficamente, almeno secondo gli Stati Uniti che in quel periodo inviano i propri agenti a trafficare violenza sull’isola per destabilizzare il PNP, partito socialista al governo. James conduce una ricerca accuratissima sui fatti reali, trasfigurandoli nella fiction con nomi diversi di luoghi e persone.

La parte centrale del libro abbandona quel ritmo sincopato che caratterizzava la prima parte, dove la giostra di voci gira a gran velocità in capitoli brevi. Le voci narranti si prendono più spazio, i loro interventi diventano quasi racconti a sé stanti, che coprono archi narrativi compiuti.

È un romanzo corposo, ben scritto, difficile da tradurre (interessante il lavoro svolto nell’edizione italiana, la quale però cade troppo spesso nella trappola dei regionalismi nostrani per la resa dello slang giamaicano). A molti risulterà sgradito per l’abbondante violenza, e per la ripetitività, assolutamente intenzionale, di certi motivi.

Vincitore del Man Booker Prize 2015.

Annie Ernaux. Il posto

Il posto, di Annie ErnauxIl posto è un racconto autobiografico di Annie Ernaux, pubblicato in Francia nel 1983 e solo nel 2014 proposto in italiano da L’orma. In occasione della morte del padre, Ernaux ne ripercorre l’esistenza, parlando anche di sé e del suo rapporto con i genitori. Racconta la storia dei discendenti di una famiglia contadina perennemente alla ricerca di un miglioramento del proprio status economico. I genitori di Ernaux hanno lavorato molto: l’attività all’emporio, l’asprezza della vita operaia del padre. Crescendo Ernaux cerca lei stessa un miglioramento, questa volta sociale, aspirando a portersi finalmente definire “borghese”. Disprezza i genitori, per i quali la parola “cultura” significa coltivazione; per loro la lingua che parlano è infida perché la scarsa proprietà di linguaggio può mostrare in qualsiasi momento un’origine umile, della quale si vergognano.

Il vero dunque del libro è questo eterno senso di inadeguatezza: la paura di essere imbarazzati, fuori posto, non conformi proprio a causa delle origini contadine. Nel suo racconto, i genitori di Ernaux hanno vissuto nell’ansia di essere etichettati come troppo rozzi rispetto a uno standard urbano che ha sempre dettato legge nella loro immaginazione, e infatti l’austerità che li caratterizza deriva dal non inventare mai nulla per la paura di sbagliare. Finiscono per conformarsi a qualcosa che nemmeno esiste; si sentono sempre inferiori, ma non sanno bene rispetto a cosa. Prigionieri della propria stessa ignoranza, che impedisce loro di emanciparsi e li rende timorosi, vivono nell’occhio altrui, in un paese dove la gente controlla anche la biancheria stesa ad asciugare dal vicino di casa. Ricorda un po’ quella provincia claustrofobica descritta in alcuni romanzi di Simenon, dove i piccoli borghesi sono intrappolati nelle consuetudini e nella vita paesana senza apparente possibilità di scampo.

La prosa è permeata dal cordoglio di Ernaux per il lutto recente. La scrittura si fa sintetica, densa perché traboccante di sentimenti impliciti alla parola, scarna proprio per non far debordare il dolore filiale. Emerge in sottofondo una certa irritazione di Ernaux verso i genitori, che si trasforma in livore verso se stessa per il senso di colpa.

Annie Ernaux, Il posto (La place, 1983), traduzione di Lorenzo Flabbi, L’orma, 2014, pp. 120.

 

Paula Hawkins. La ragazza del treno

La ragazza del treno di Paula HawkinsSuccesso da classifica nell’estate del 2015, La ragazza del treno di Paula Hawkins viene accomunato a L’amore bugiardo di Gillian Flynn in virtù di qualche tratto comune. In entrambi i casi abbiamo una donna, autrice, che scrive di una donna, personaggio, in uno psychothriller – ad essere precisi, in La ragazza del treno le donne sono parecchie, ben tre di loro sono voci narranti, e il genere si mischia al giallo –; in tutti e due i libri un matrimonio in crisi è la gabbia claustrofobica dove qualcosa di terribile è germogliato; c’è il mistero di una donna scomparsa; e sia nel caso di Flynn sia in quello di Hawkins il romanzo è diventato un bestseller internazionale venduto a carrettate.

Sebbene qualche analogia ci sia davvero, la scrittura di Hawkins si allontana dal piglio aggressivo ma ciarliero di Gillian Flynn, e ricorda semmai certi romanzi di Patrick McGrath come Trauma o L’estranea – in effetti i meno riusciti, anche se McGrath scrive meglio dell’esordiente Hawkins. L’atmosfera di La ragazza del treno è cupissima e angosciante nonostante la scrittura sia piatta, e anzi, è proprio attraverso questa piattezza che Hawkins trasmette il senso di stanchezza e di vuoto nei quali la protagonista è immersa.

È il caso di dire che se il libro di Hawkins ne richiama altri, ciò avviene anche perché nel genere del thriller psicologico ci sono alcuni canoni difficili da aggirare – ci riusciva benissimo Patricia Highsmith, ma siamo già in un’altra epoca letteraria –, a partire dal diffusissimo narratore inaffidabile che ci racconta la vicenda da un punto di vista distorto e malato. Spesso gli autori giocano con questo principio, e lo fa anche Hawkins, creando tanti piccoli vortici nella trama che ci inducono di volta in volta a sospettare dei personaggi che ce la raccontano, mettendo in discussione la loro sanità mentale. È un livello di lettura che può sfuggire, ma badando bene a certi segnali tipici del genere ci si accorgerà di quanti red herring e false piste meta-narrative l’autrice abbia lasciato lungo il percorso.

Uno dei tratti meglio riusciti del romanzo è infatti il gioco di corrispondenze che Hawkins ha creato tra le sue narratrici, in particolare tra Rachel, la protagonista, e Megan, la morta, due personaggi che si incastrano perfettamente l’uno nell’altro. Lo schema narrativo richiama ancora una volta Gone Girl, con due linee temporali, una nel presente per Rachel e una nel passato prossimo per Megan, la cui storia va a incontrare cronologicamente la prima dopo la metà del romanzo. Le voci narranti multiple, tutte simili tra loro, confondono passato e presente in una storia che ha il suo baricentro nel punto in cui una delle due è morta. Le due protagoniste, Rachel e Megan, sono come mimi allo specchio, diverse ma identiche nel vissuto, nelle problematiche, nella sofferenza – e, per l’appunto, anche nella voce, tanto da dovere stare attenti all’intestazione del capitolo per distinguerle (e questo è più imputabile a un difetto della scrittura che a un artificio narrativo).

SPOILER MINORI. Riassumendo molto, La ragazza del treno è la storia di una donna, Rachel, che indaga sulla scomparsa di un’altra donna, Megan, per ritrovare se stessa. Pur mettendo le donne al centro, Hawkins non riesce ad evitare una rappresentazione sessista del femminile (che cerca di riscattare nel finale, quando è ormai un po’ tardi): la vita di Rachel è distrutta dalla sterilità, male oscuro che le porta via tutto quanto, come se il senso della sua vita fosse contenuto nella possibilità di diventare madre. Il non poter avere figli è la causa della sua discesa agli inferi, dell’alcolismo e del suo divorzio, dopo il quale si trasforma in una specie di zombie ed diventa la stalker dell’ex marito. Un discorso simile (sterilità a parte) è affrontato in modo più interessante nello psychothriller nostrano I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante, che descrive con onestà, scandagliando la sgradevolezza, gli aspetti sguaiati del dolore di una donna spezzata. La ragazza del treno cade invece spesso nelle trappole del patetismo, fornendo una caratterizzazione stilizzata della povera pazza, isterica se non addirittura pericolosa, priva di sfumature e ambiguità. Il discorso prosegue col personaggio di Megan, segnato irrimediabilmente da una questione che ha ancora a che fare con la maternità fallita, nel suo caso in modo tragico e sanguinoso. Nel libro di Hawkins i drammi di madri “monche” sono le vere cause di tutto ciò di orrendo che avviene alle sue donne, portatrici della colpa atavica di non aver potuto dare o mantenere la vita della prole, e per questo eternamente sofferenti.

Eppure, al netto dei suoi difetti, il romanzo non è poi così male. Gli manca quel qualcosa di dirompente, che vada oltre, ma con quel che mette insieme riesce a creare la sua atmosfera spessa, disponendo le tessere del mosaico in modo intelligente. Paula Hawkins ha esordito con questo libro, e di lei si sa così poco da credere quasi che non esista, o che sia qualcun altro.

Paula Hawkins, La ragazza del treno (The Girl on the Train, 2015), traduzione di B. Porteri, Piemme, 2015, pp. 306.

Arthur C. Clarke. Incontro con Rama

Incontro con Rama di Arthur C. ClarkeCon Incontro con Rama, del 1973, Arthur C. Clarke immagina che il sistema solare sia attraversato da un’astronave aliena, apparentemente disabitata. Essa, chiamata Rama dai terrestri, è un vero e proprio micromondo cilindrico, che simula la forza di gravità grazie alla forza centrifuga ottenuta ruotando sul proprio asse. Il romanzo racconta l’avventurosissima esplorazione dell’interno di Rama da parte di un gruppo di scienziati.

Con loro il lettore entra nel mondo delle geometrie impossibili, della fisica stravolta: le leggi sono le stesse che conosciamo, ma applicate a un mondo strutturato in modo talmente diverso da avere effetti che agli occhi di un terrestre sono mostruosi. La realtà cilindrica pensata da Clarke è simile a quella circolare di 2001 – Odissea nello spazio, ed oggi è la normalità nella rappresentazione della colonia spaziale nei film di fantascienza (si vedano le stazioni di Interstellar ed Elysium, solo negli ultimi anni).

Clarke è uno scrittore bravo in certe cose e meno in altre. Quello che gli riesce bene è dosare l’azione e le sorprese nelle trame dei suoi romanzi. Si intuisce sempre, però, che l’unico vero interesse di Clarke è per la parte scientifica, e che non vede l’ora di descrivere la simulazione delle leggi fisiche dentro al suo mondo artificiale. È un tipo di scrittura che si adatterebbe benissimo a una certa serialità televisiva, magari rimpolpandone la costruzione dei personaggi, sempre piattissima in Clarke. Essi sono infatti piccole cavie calate nel cosmo perverso di cui lo scrittore è demiurgo: Rama è come un plastico dove li sottopone ai suoi esperimenti fisici. Sembra quindi che i suoi personaggi siano lì per dimostrare un certo punto, una certa ipotesi fisica.

L’avventura, un ferreo senso dell’anticipazione che stimola la curiosità del lettore, il gusto per l’azione e per la svolta imprevedibile sono i suoi punti forti, che ne fanno uno dei capisaldi della fantascienza d’altri tempi, quella originata da Verne e Wells. Gli mancano la svisata acida o il lirismo di altri autori; ciò non di meno, Incontro con Rama è un vero viaggio al luna park della fantascienza, è una giostra di Escher delle leggi fisiche che deviano dalla normalità terrestre, perché quanto accade su Rama è scientificamente accurato, ma sembra assurdo a noi “terricoli”. E in questo senso è un libro visionario, anche se quello che racconta è basato su verità scientifiche più che su supposizioni. Sotto il punto di vista avventuroso e quello immaginativo, Rama è una pietra miliare del suo genere.

Un po’ migliorato rispetto ai romanzi dei decenni precedenti il punto di vista sul sesso femminile (in Rama le donne non sono solo casalinghe o hostess, come accadeva in Le guide del tramonto, 1953, e Polvere di luna, 1961, ma sono anche loro astronaute come i loro compari maschi). Nonostante ciò, Clarke riesce a scrivere una frase sessista come: «È un dato di fatto, Laura, che gli uomini, a differenza delle donne, sono capaci di seguire due corsi di pensieri». Chiaro. Comunque sia, meno bacchettone del solito Clarke inserisce anche la poligamia ambosesso (concessa cioè a maschi e femmine, non contemplando però l’omosessualità) nella società umana ai tempi dell’incontro con Rama.

SPOILER

Grandi assenti del libro i ramani, che non appariranno mai. Ed è proprio su questa assenza che si costruisce la vera tensione del romanzo; la ricerca degli scienziati è sempre silenziosamente protesa non solo a capire Rama, ma a trovare i ramani e soprattutto a comprendere i motivi del viaggio della loro arca. Ma il mistero resterà misterioso.

E comunque Rama si era fermato solo per fare benzina.

Arthur C. Clarke, Incontro con Rama (Rendezvous with Rama, 1973), traduzione di Beata Della Frattina, Mondadori, 2012, pp. 306.

Joanna Russ. Female man

Female man di Joanna RussFemale man di Joanna Russ mette a confronto il mondo degli anni ’70, periodo in cui è stato scritto, con l’immaginaria dimensione futura di Whileaway, dove l’uomo è scomparso e il mondo è abitato solo da donne. Whileaway è un’utopia socialista felice, dove l’individuo vive una vita avventurosa e spensierata. I tabù sociali sono meno sessuofobi dei nostri, la famiglia si costituisce volontariamente (non attraverso i legami di sangue) ed è un organismo che contiene decine di persone senza ruotare attorno al concetto di coppia.

Il libro è un racconto post-moderno dove alcune parti non sono fantascientifiche. Le voci narranti sono quattro, e non sempre è facile distinguerle le une dalle altre. Dal mosaico dei loro resoconti si ricava il profilo di Whileaway, quello del nostro presente e quello di un mondo futuro prossimo dove maschi e femmine vivono in società rigidamente separate in guerra tra loro. Non c’è una trama vera e propria, anche se alcune parti hanno un loro filo conduttore narrativo. Le più appassionanti sono ovviamente quelle utopiche e distopiche ambientate nel futuro.

Non sono di certo datate le critiche alla società patriarcale espresse da Joanna Russ nelle parti ambientate nel presente. Non molte cose sono cambiate in questi 40 anni, l’unica vera differenza tra ieri e oggi è che la donna del ceto medio lavora sempre, pagata meno del maschio e colpevolizzata se decide di diventare madre. Chi trova “vecchie” le idee espresse da Joanna Russ ha una percezione distorta della società in cui vive e della condizione della donna, tuttora subalterna.

Difficile la traduzione di Female man perché la lingua italiana manca di una forma neutra. Buona la resa in italiano a cura di Oriana Palusci, che crea alcuni interessanti cortocircuiti: parlando genericamente degli abitanti di Whileaway viene usata la forma maschile anche se è un mondo abitato solo da esseri di sesso femminile, proprio perché non esistendo in esso il concetto di “maschile” e “femminile” la nostra lingua ce lo fa percepire più chiaramente in questo modo.

In generale, apre la mente sentire i racconti di Whileaway, sentir parlare di “una vecchia filosofa” anziché di “un vecchio filosofo”, mentre nella nostra storia culturale tutto è maschio (pittori, poeti, ingegneri, pensatori etc.). Il romanzo in sé è discontinuo, la sua forma post-moderna suona a volte datata o esasperante, ma le speculazioni sui due mondi futuri valgono di per loro la lettura dell’opera.

Fuori catalogo da tempo, cercatelo in biblioteca o sulle bancarelle.

Joanna Russ, Female man (The Female Man, 1975), traduzione di Oriana Palusci, Editrice Nord, 1989, pp. 297.

Jon Krakauer. Nelle terre estreme

Nelle terre estreme, di Jon KrakauerNelle terre estreme è il libro che racconta la vera storia di Chris McCandless, giovane americano morto durante un viaggio in Alaska nel 1992. L’alpinista e giornalista Jon Krakauer, colpito dalla vicenda, conduce un’inchiesta, ricostruendo gli ultimi due anni della vita avventurosa di Chris e ragionando sulle cause dell’assurda morte. Da questo libro è tratto il film di Sean Penn Into the Wild, del 2007.

Krakauer racconta la vita di McCandless in modo appassionante, iniziando dalla sua morte, saltando dunque all’indietro nel tempo e tornando sul luogo del delitto solo negli ultimissimi capitoli. La vicenda di McCandless è felicemente inframezzata da una parte dove sono raccontate le vicende di altri viaggiatori delle “terre estreme”, e le loro morti spesso incomprensibili. A questi racconti si aggiunge quello autobiografico di Krakauer, che proprio in Alaska ha vissuto un’esperienza simile a quella di McCandless, ma uscendone vivo.

Il libro cita i miti letterari del protagonista McCandless: in primo luogo Lev Tolstoj, e soltanto in seconda battuta Jack London. London è anche l’evidente riferimento letterario dell’opera di Krakauer, e non solo per l’idea di richiamo della foresta che fa diventare selvatici i cani addomesticati, svelandone la vera natura (l’equazione sarebbe McCandless = Buck). La storia richiama anche personaggi di London come i cercatori d’oro sprovveduti, morti per ingordigia e poca considerazione del pericolo – l’esemplare racconto Farsi un fuoco viene citato esplicitamente da Krakauer.

Il libro non sarà gradito solo ai fan di McCandless, che ne venerano lo spirito romantico, adorandolo come uno dei tanti eroi maledetti. Nelle terre estreme è un esempio di non-fiction apprezzabile per chiunque trovi la vicenda affascinante, pur senza amarne molto il protagonista. Krakauer, che dichiara subito la propria simpatia per il personaggio di McCandless, nel quale si identifica, riesce a restituirne un ritratto che non puzza di elegia e che non ne nasconde le idiosincrasie e il narcisismo. Il giornalista, affezionatosi alla figura di McCandless attraverso i suoi diari, intervista le persone che sono state a contatto con lui nei due anni precedenti la morte, e anche quei familiari che Chris non vedeva né sentiva dal momento della partenza. Vuole dimostrare che McCandless non era né un suicida né un incompetente, ma un ragazzo caparbio la cui fine tragica dipese da alcune ingenuità che controbilanciarono troppo severamente gli sforzi compiuti per vivere “into the wild”.

Laddove il film di Sean Penn è spesso mieloso e posticcio nel voler fare di McCandless un eroe a ogni costo, il libro di Krakauer è più misurato. Non abbiamo la critica caustica presente in un documentario come Grizzly Man di Werner Herzog, ma il giornalista non esita qui a mettere in luce anche i tratti meno brillanti della personalità di Chris, restituendo il ritratto di un ragazzo testardo ma alla mano, affabile, è vero, ma anche dotato di eccentricità non sempre gradevoli, votato all’ascetismo con la forza caparbia e un po’ isterica delle convinzioni adolescenziali.

Si può dire che per Krakauer in McCandless si riassumono entrambe le anime che agitano i personaggi di London: quella degli uomini arroganti e sprovveduti, “privi di immaginazione” (Farsi un fuoco), che affrontano la natura senza conoscerne le regole o sottovalutandone i pericoli, uomini che per questo moriranno; e quella del cane Buck e di Zanna Bianca, che vivono al massimo della propria potenza immersi nel paesaggio meraviglioso ma letale per il quale sono stati creati.

Nel 2013 è stata confermata la tesi di Krakauer, ossia che McCandless sia morto a causa dell’avvelenamento provocato dai semi di patata selvatica.
Qui l’articolo che ha pubblicato sul New Yorker a tale proposito.

Krakauer non manca di sottolineare, come fa nel libro, di aver ricevuto migliaia di lettere non solo da parte dei fan di McCandless, ma anche da persone indignate che accusano McCandless di essere stato un ragazzino viziato e arrogante, morto per stupidità, e Krakauer un cattivo giornalista per averlo reso un mito. Chi ha letto Nelle terre estreme sa che Krakauer, per quanto ammirato dalla figura di McCandless, ha cercato di narrare con obiettività i fatti, provando a spiegare le ragioni che spinsero il ragazzo ad agire nel modo che lo ha poi condotto alla morte. Che ci piaccia o no, la storia di McCandless, come le altre citate – compreso il racconto autobiografico della scalata dello stesso Krakauer –, rimane un esempio di letteratura di frontiera, la vicenda ancestrale in cui un giovane deve mettersi alla prova sfidando forze sovraumane (la natura incontaminata), disposto a soccombere pur di portare a termine la propria missione. Come sappiamo, il confine tra eroismo e stupidità può essere ambiguo e labile, e la storia di McCandless lo chiarisce molto bene.

Sulla stessa vicenda è uscito recentemente per Corbaccio il libro Into the wild truth di Carine McCandless, la sorella minore di Chris.

Jon Krakauer, Nelle terre estreme (Into the Wild, 1996), traduzione di L. Ferrari e S. Zung, Corbaccio, 2008, pp. 267.